Filippo Bardotti, dottore di Ricerca in Archeologia e autore di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative, da anni si occupa di studi riguardanti i misteri sull’origine e lo sviluppo delle antiche civiltà. Collaboratore delle più importanti riviste di settore quali «Archeomisteri», «Fenix» ed «Hera», ha pubblicato i saggi “L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della Civiltà” (Anguana Edizioni 2015) e “Sulle Tracce dei Vigilanti. Un mistero biblico millenario finalmente svelato” (Età dell’Acquario 2017). Da quest’ultimo libro è tratto, grazie all’Autore, l’interessante estratto che la Redazione di “Arcadia” propone ai Lettori.

Nel mio nuovo libro dal titolo “Sulle Tracce dei Vigilanti. Un mistero biblico millenario finalmente svelato” (Età dell’Acquario 2017, Fig. 3) esamino dettagliatamente le numerose testimonianze archeologiche ed iconografiche provenienti da taluni siti della Mezzaluna fertile settentrionale, tra i quali il complesso neolitico di Catalhöyük, attestanti a mio modo di vedere l’esistenza in un remoto passato di un gruppo molto ristretto di iniziati, gli Irin o Vigilanti, i custodi e guardiani di un’arcana e perduta Conoscenza. Ma chi erano questi misteriosi custodi o guardiani? E quali sono le testimonianze in nostro possesso riguardanti la loro esistenza? Per tentare di rispondere a queste domande è anzitutto necessario spostare la nostra attenzione nel Vicino Oriente e più precisamente nella città nota con il nome di Tell es-Sultan, con ogni probabilità la Gerico di biblica memoria, nota ai più in quanto secondo le Sacre Scritture fu la prima città conquistata dopo sette giorni di assedio dagli israeliti guidati da Giosuè in cerca della Terra Promessa.
Anche se i primi scavi a Tell es-Sultan risalgano al 1865 per mano dell’archeologo inglese Charles Warren, la città divenne nota al grande pubblico soltanto a partire dai primi anni del Novecento quando gli studiosi Sellin e Watzinger avviarono le prime indagini archeologiche su larga scala e proseguite poi negli anni ’50 dalla studiosa inglese Kathleen Kenyon che riportò alla luce le fondazioni di numerosi edifici, attrezzi da taglio o lavorazione in pietra levigata, ossa, corni e frammenti di statue probabilmente raffiguranti esseri antropomorfi, tutti riconducibili alle fasi più antiche del sito e cronologicamente inquadrabili nel periodo compreso tra il 12.000-7.000 a.C. Tuttavia il prosieguo delle indagini mise ben presto la Kenyon di fronte ad una situazione del tutto inaspettata poiché:

«…gli scavi evidenziarono la presenza di alcuni crani di indubbia natura umana parzialmente sporgenti dalla sezione di scavo…soltanto osservando le fotografie…è possibile comprendere il perché di tanto stupore…».

Dinnanzi a questa scoperta completamente estranea da ogni contesto storico sino a quel momento noto la studiosa rimase del tutto esterrefatta. Procedette quindi a togliere i crani dalla matrice terrosi e, una volta puliti dai detriti, i teschi si rivelarono completamente differenti da quanto inizialmente supposto in quanto:

«…utilizzando dello stucco i crani erano interamente rimodellati al fine di ricreare le principali peculiarità del volto umano…compresi gli occhi realizzati utilizzando due conchiglie…lo stato di conservazione di alcuni crani era davvero eccellente in quanto presentavano delle conchiglie intatte e posizionate correttamente nelle orbite oculari [svolgevano la funzione di occhi]…sulle guance e sulla fronte non di rado si trovavano tracce di pitture…».

Dalle parole della Kenyon, ma soprattutto dalla rilettura dei resoconti di scavo dell’epoca, emerge che i reperti archeologici più spettacolari recuperati dai ricercatori a Gerico furono senza dubbio questi misteriosi crani. Tuttavia testimonianze di questo tipo non si trovano soltanto a Gerico ma anche in un altro sito definito dagli archeologi “la sorella di Gerico” poiché condivide con questa numerosi aspetti inerenti l’architettura, l’arte e la ritualità: la città giordana di Ain Ghazal.
Scoperta per la prima volta nel 1974 durante i lavori di costruzione di una superstrada dalla capitale giordana Amman alla vicina località di Zurqa, i ricercatori recuperarono dagli strati terrosi della città neolitica ben 30 statuette di gesso dalle dimensioni comprese tra i 35 e 90 centimetri e raffiguranti corpi umani interi e semplici busti e cronologicamente inquadrabili intorno al 6.570 a.C. Secondo gli studiosi queste statue erano la rappresentazione di esseri antropomorfi, quindi dotati di fattezze umane, e talune mostravano caratteristiche anatomiche del tutto particolari poiché presentavano due teste anziché una e sei dita invece di cinque.

Statue antropomorfe del Neolitico (v. testo)

Inoltre gli archeologi recuperarono anche ad Ain Ghazal alcuni crani rivestiti di stucco e dipinti dalle caratteristiche anatomiche fortemente stilizzate e sproporzionate poiché gli artisti preistorici ricrearono dettagliatamente occhi e naso ma marcarono soltanto con delle linee bocca e labbra.
Altresì il perdurare di questa ancestrale pratica è documentato nei millenni successivi ed almeno sino al Neolitico ceramico (6500-5300 a.C.) come ben evidente dai dati provenienti dalle città neolitiche di Köşk Hüyük ma soprattutto Çatalhöyük ove gli scavi condotti da Mellaart e Hodder hanno portato alla luce circa mille sepolture. Eppure, a differenza di quanto si possa immaginare, il quantitativo di inumazioni individuato è assai esiguo se rapportato alle migliaia di persone che vissero a Çatalhöyük nei quasi duemila anni di storia del sito. In tal senso gli archeologi hanno ipotizzato che non tutta la popolazione stanziata nell’antica città neolitica fu effettivamente inumata all’interno dell’abitato, segno evidente che questo privilegio era destinato soltanto ad un numero ridotto di persone. In particolare le molte ossa recuperate dai ricercatori e sottoposte a differenti analisi hanno evidenziato l’assenza di ogni traccia relativa alla scarnificazione rendendo pertanto irrealistica un’interpretazione in senso strettamente funerario dei dipinti parietali raffiguranti alcuni avvoltoi nell’atto di dilaniare i corpi dei defunti. Per comprendere meglio questo aspetto è necessario considerare le rappresentazioni dal punto di vista simbolico e non come una mera raffigurazione della realtà ed in questo senso gli studi antropologici hanno documentato che presso molte tribù sciamaniche la scarnificazione e il distacco della testa dal corpo simboleggiano la “morte” e “rinascita” dello sciamano. Più nello specifico:

«…alcuni sciamani afferenti alla tribù sudafricana San raccontano che il loro corpo si smembra nel momento in cui raggiungono lo stato alterato di coscienza…quando chiesi agli sciamani di disegnare il loro corpo essi tratteggiarono una linea a zig-zag simboleggiante la spina dorsale…evidentemente quando lo sciamano raggiunge questo stato di coscienza [lo stato alterato di coscienza] ha un’immagine del proprio corpo che non corrisponde a criteri anatomici reali ma soltanto immaginari e presumibilmente indotti dalla sua particolare condizione psichica…lo sciamano rinasce quando si ridesta dal sonno indotto…».

Un’apprendista diviene sciamano nel momento in cui “muore”, ovvero affronta tutte le sue paure, i suoi limiti e più in generale il lato oscuro di sé stesso. La successiva “rinascita” mistica fa di lui un essere completamente nuovo, dotato di nuove facoltà e di un nuovo e più grande potere: il potere della visione, la capacità di vedere lontano oltre il livello normale della consapevolezza umana e l’abilità di “volare” attraverso i differenti stati di coscienze e nel Cosmo. È quindi ipotizzabile che gli artisti preistorici che realizzarono i dipinti parietali individuati a Catalhöyük intendessero rappresentare figurativamente i concetti di “morte” e “rinascita”.
Tuttavia l’aspetto sicuramente più interessante, per la verità attestato soltanto in un numero molto ridotto di inumazioni, è la presenza di corpi acefali, quindi privi di testa.

I crani decorati di cui si parla nel testo

Anche qui, come ampiamente documentato in altre realtà, i crani furono dapprima rimossi e quindi ricoperti di argilla andando a rimodellare le caratteristiche anatomiche del volto al fine di ricomporre il volto. In alcuni casi conchiglie di ciprea provenienti dal Mar Rosso, distante all’incirca 1000 chilometri, furono inserite nelle orbite dei crani prima del loro riseppellimento. Alla luce di tali considerazioni è del tutto evidente che nell’antica città anatolica la pratica della rimozione dei teschi costituì un’importante variabile nelle modalità deposizionali e parimenti che l’interpretazione in senso strettamente funerario dei dipinti parietali raffiguranti alcuni avvoltoi nell’atto di dilaniare dei corpi umani resta molto discutibile.
Complessivamente la presenza di sepolture acefale è documentata in Asia Minore sin dal 12.000 a.C. per conoscere un’intensificazione a partire dal 9.000 a.C., momento in cui si conclama nel sud del Levante il fenomeno noto come modellazione dei crani. Come già accennato si tratta di un rituale piuttosto raro che consisteva nella prelevazione del cranio, una volta decomposto il corpo, e nella rimodellazione delle fattezze del volto con argilla, paglia, calce, conchiglie e coloranti. D’altra parte l’insieme dei dati sinora esaminati mi pare di notevole interesse poiché non lascia alcun dubbio circa l’esiguo numero di persone sottoposte a questo ancestrale ed alquanto strano rituale ed in tal senso l’archeologo tedesco Klaus Schmidt sostiene che:

«…operando un confronto tra i crani [singoli e rimodellati] attualmente noti e l’ipotetica consistenza della popolazione preistorica ne emerge un numero minimo di attestazioni. A maggior ragione diviene allora chiaro che solo alcuni crani, presumibilmente dotati di caratteristiche del tutto particolari, erano sottratti al corpo del defunto per essere sottoposti al processo di rimodellazione…evidentemente ciò non costituiva in nessun caso una forma di sepoltura usuale…».

Per molto tempo gli studiosi hanno sostenuto che questa remota pratica fosse finalizzata alle celebrazioni di culti e cerimonie dedicate ad uno specifico antenato. In questo senso si tratterebbe quindi di una “reverenza verso gli antenati” dei quali si perpetuava la memoria contenendone simbolicamente la morte piuttosto che di un vero e proprio “culto degli antenati”. Il parallelo etnografico contemporaneo più efficace è quello relativo ad alcune tribù stanziate in Nuova Guinea (valle del medio Sepik) ove si sono osservate, sino a circa cinquanta anni or sono, pratiche centrate su due momenti rituali. Dapprima, i crani rimodellati e preventivamente prelevati dalle sepolture, venivano esposti all’esterno, a volte montati su manichini, in un luogo pubblico oppure riservato ad una cerchia ristretta di iniziati. In seguito, dopo un lasso di tempo, di lunghezza variabile, si rendeva loro sepoltura, in genere in una struttura collettiva. In questo modo i defunti erano integrati nella comunità e la loro memoria perpetuata in eterno.
Tuttavia le scoperte archeologiche più recenti, non ultime quelle provenienti da Göbekli Tepe, hanno convinto alcuni ricercatori a rivedere questa teoria. Reinterpretando i molti dati a disposizione gli studiosi hanno avanzato l’ipotesi secondo la quale:

«…un culto incentrato sui crani potrebbe essere esistito anche prima [in epoca prediluviana], benché la pratica della rimodellazione si sia imposta solo in seguito…è possibile immaginare l’esistenza di un gruppo contraddistinto di individui dalle caratteristiche particolari esteriori (craniali?) già in vita fosse chiamato a svolgere compiti particolari, sia attivamente (per esempio come ministri del culto?)…nella distribuzione delle età osservata tra i defunti di Gerico dall’antropologo Röhrer-Ertl colpisce inoltre che tutti i crani sovra-modellati appartengano a individui giovani, adulti, ma mai veramente vecchi. Se se ne vuole trarre una conclusione, bisogna dire che ciò non corrisponde all’opinione comune dei ricercatori per i quali i crani rappresenterebbero un aspetto di un “culto degli antenati”. Piuttosto si ritrova in tutto ciò qualcosa che rimanda ad un trattamento privilegiato di alcuni defunti che rivestivano una funzione speciale nella società, e i cui crani erano trattati in quel particolare modo fino a diventare oggetti di culto…un trattamento dei crani, a grandi linee confrontabile, lo si ritrova anche in Europa intorno al 15.000 a.C…».

Anche il rinvenimento di numerosi crani dissociati dal corpo e talvolta rimodellati sembra inserirsi all’interno di questo articolato e complesso contesto culturale caratterizzato da pratiche e riti di natura sciamanica. In particolare gli archeologi hanno evidenziato che nella modellazione dei crani l’artista preistorico prestava molta attenzione alla realizzazione degli occhi e procedendo talvolta alla colorazione delle pupille. In questo senso assumono notevole interesse le parole dell’archeologo Brian Fagan, docente di archeologia all’Università californiana di Santa Barbara, secondo il quale:

«…si fissi per lungo tempo il volto della statua androgina [la combinazione di caratteristiche maschili e femminili in una stessa persona che spesso ne rende irriconoscibile il sesso] hai l’impressione che il suo sguardo trafigga l’osservatore….esso si perde in un tempo indefinito….gli occhi emanano una saggezza tale da incutere al contempo timore e reverenza…spesso devi distogliere lo sguardo per non rimanere abbagliato dal sapere e dalla saggezza…».

Per comprendere il significato di queste parole dobbiamo rivolgere ancora una volta la nostra attenzione alla documentazione etnografica poiché i numerosi studi attualmente disponibili attestano che presso molte tribù lo sciamano sostiene di riuscire a “vedere”, dopo aver raggiunto lo stato alterato di coscienza, le entità soprannaturali che popolano i differenti livelli del Cosmo. In questo senso un giovane apprendista della tribù indigena dei Chukchee, stanziata nella penisola di Chukotka (Russia), e destinato a diventare sciamano afferma che:

«…[lo sciamano] non si girava quando sentiva le nostre voci ma fissava qualcosa di indefinito ed invisibile oltre le nostre spalle…gli occhi dello sciamano avevano un colore particolare e del tutto innaturale…erano molto luminosi…sembravano illuminati da una fonte di luce artificiale…grazie a quella luce così intensa, per noi del tutto innaturale, lo stregone poteva vedere gli “spiriti”…ed interagire con essi al fine di acquisirne o controllarne il potere…».

Dalle parole dell’apprendista trapela lo stupore provato nell’osservare gli occhi dello sciamano assumere connotati innaturali e grazie ai quali poteva “vedere” le entità soprannaturali con le quali entrava in contatto. Non deve quindi destare meraviglia se dinnanzi ad un simile spettacolo una persona comune rimaneva quantomeno esterrefatta e non riuscendo a comprendere scientificamente l’origine di questo fenomeno cercava una risposta nell’irrazionale. In tal senso si convinceva che durante il rito gli occhi dello sciamano assumessero connotati “magici” e “sacrali”. È quindi ipotizzabile che questa sacralità dovesse essere preservata anche dopo la morte dello sciamano come ben evidente dal racconto dell’antropologa Edith Turner, docente all’Università della Virginia, ed esperta di simbologia religiosa.
D’altra parte l’importanza assunta dal “magico” potere insito negli occhi dello sciamano è altresì ben evidente nell’interessante dichiarazione di un kumù, una sorta di stregone-sciamano afferente alla tribù sudamericana dei Desana, che raccontò ad un antropologo di possedere una misteriosa luce interiore che gli consentiva di leggere l’anima e la mente dei suoi interlocutori. Questa misteriosa fonte luminosa diventava visibile ai “profani” soltanto qualora essi osservassero attentamente, e senza mai distogliere lo sguardo, i suoi occhi. Inoltre, come ben evidente nel caso della tribù sudamericana dei Waiwai, non di rado gli occhi sono considerati lo specchio dell’anima in quanto, secondo le molte tradizioni diffuse in ogni parte del mondo, rifletterebbero le nostre reali intenzioni. In tal senso sono molto interessanti le parole dell’antropologo australiano Peter Elkin, già docente all’Università di Sydney, che intorno alla metà del secolo scorso studiò molto attentamente usi e costumi delle tribù aborigene australiane. In particolare lo studioso affermò che:

«…gli occhi penetranti di uno sciamano aborigeno…possono leggere la tua mente, vedere la tua anima e percepire le tue reali intenzioni…ho conosciuto persone che tremano all’idea di essere osservate dagli occhi “magici” dello sciamano…temono che egli possa conoscere tutti i loro segreti…».

Gli esempi riportati sono molto significativi poiché a mio modo di vedere è ipotizzabile che oggi come in passato presso molte culture gli occhi e lo sguardo dello sciamano fossero considerati “magici”. Grazie alla “magica” fonte luminosa che permeava i suoi occhi lo sciamano poteva vedere le entità soprannaturali che popolano il Cosmo nonché leggere la mente e l’anima delle persone comuni. Non mi pare quindi fuori luogo suggerire che in un remoto passato i nostri antenati decidessero di rimuovere dal corpo di queste persone speciali il cranio con lo scopo di rimodellarlo e ricrearne le fattezze anatomiche al fine di venerare come delle reliquie, esattamente come i Cristiani fecero con la Testa del Battista, i primi Dèi che la storia ricordi.

Fig. 3