Il piccolo comune di Migné è situato a cinque chilometri circa da Poitiers nella Vienne, vicino al fiume Auxence —il cui nome si aggiunge oggi alla cittadina dopo che fu sola prerogativa del prossimo castello dalla torre quadrata del XV secolo— oggi conta meno di 300 abitanti.

Nel XIX secolo era molto più popoloso, e fu testimone in quegli anni ’20 di un avvenimento molto particolare la cui fama si propagò ben oltre i confini della piccola regione attraverso la stampa e specialmente dell’antica rivista, di tipo prevalente mente religioso, «Ami de la Religion et du Roi» (il periodico è posseduto, nella collezione completa, sia dalla Pontificia Università Gregoriana di Roma, che  dalla Biblioteca Nazionale Centrale).

È la prima pubblicazione relativa a due rapporti, di cui il primo diede origine ad una inchiesta del Vescovo di Poitiers, il quale incaricò una  commissione appositamente nominata di chiarire i fatti. Questo secondo rap­porto è pubblicato quasi per intero con il titolo «Relazione dell’apparizione di una croce a Migné», estratta dal giornale ecclesiastico nr. 1309 intitolato «L’Ami de la Religion et du Roi. Versione italiana» (Firenze, tip. G. Formigli, 1827). Del testo, convalidato da 50 firme di testimoni giudicati attendibili, e sulle risultanze di ricerche molto ampie e (per quanto possibile all’epoca dei fatti) accuratamente rigorose che la commissione episcopale condusse, fu redatto un verbale, in cui si legge: «. . . La Domenica 17 Decembre 1826 giorno della chiusura d’un corso d’es’ercizj religiosi dati alla Parrocchia di Migné in occasione del Giubileo dal sig. curato di S. Porcerio, e dal signor Cappellano del Collegio Reale; nel tempo della piantazione solenne d’una Croce, e mentre che quest’ultimo indi­rizzava al suo uditorio di circa 3000 persone, un discorso sopra le glorie della Croce, nel quale rammentava l’apparizione che ebbe luogo altra volta in presenza dell’armata di Costantino

Copia del rapporto esistente nelle biblioteche vaticane

(NdA: il Lettore ricorderà certamente l’episodio della battaglia contro Massenzio), si vide nell’aria una Croce regolarissima e di vasta dimensione. Nissun segno sensibile avea preceduta la sua apparizione; nissun rumore, nissuno splendore di luce aveva annunziato la sua presenza. Quelli che la videro la mostrarono subito ai loro vicini, e ben presto essa fissò l’attenzione d’una gran parte dell’uditorio sicché il signor Curato di S. Porcerio, avvertitone dalla folla in mezzo alla quale si trovava, credè di dover an­dare ad interrompere il predicatore. Allora tutti gli sguardi si portarono su questa Croce la quale era comparsa ad un tratto esattamente formata, e che era situata orizzontalmente di manie­ra che l’estremità del gambo corrispon­deva al disopra della punta della facciata della Chiesa, e la cima si portava in avanti nella direzione stessa di que­sta Chiesa verso il ponente d’estate. La traversa che formava i bracci di questa Croce tagliava il tronco prin­cipale ad angolo retto. Ciascun brac­cio, uguale alla cima, era circa un quarto del resto del tronco. Risulta con certezza dal complesso delle deposizioni che questa Croce non era posta a grande altezza. È an­che probabile che essa non fosse più alta di 200 piedi dal suolo; ma ciò è difficile a fissarlo con precisione. La lunghezza totale del tronco po­teva essere di 140 piedi, e la sua lar­ghezza a giudicarne da dei dati meno esatti di 3 a 4 piedi. Quando cominciò a vedersi la Cro­ce il sole era tramontato da una mezz’ora almeno; ed Essa ha conservato la sua posizione, le sue forme, e tutta l’intensità del suo colore per un’altra mezz’ora incirca fino al momento nel quale il popolo è rientrato in Chiesa per ricevere la benedizione del SS. Sacramento. Allora era notte, e le stel­le brillavano con tutto il loro splen­dere. Quelli che sono rientrati gli ul­timi hanno veduto che la Croce co­minciava a perdere di colore; in seguito alcune persone restate al di fuo­ri l’hanno vista perdersi a poco a po­co: da principio nel gambo, e successivamente di parte in parte; di modo che ha presentato ben presto quattro bracci uguali; senza che alcuna di queste parti abbia cangiato di luogo dal primo istante dell’apparizione; e sen­za che quelle che erano disperse la­nciassero all’intorno il più piccolo segno della loro presenza. Il giorno nel quale questo avvenimento ha avuto luogo, era stato bellissimo dopo un corso di molti giorni piovosi. Nel momento dell’apparizione il tempo era tuttora sereno e la temperatura assai dolce, sicché poche persone si risentissero del fresco della sera. Il cielo era puro in tutto lo spazio nel quale si vedeva la Croce, e si scorgevano solamente alcune nu­vole in due o tre punti lontani verso l’orizzonte: finalmente nissuna nebbia s’elevava da terra, né dal fiume che scorre a poca distanza. … l’impressione prodotta da questo spettacolo straordinario è stata sì viva e sì profonda che spremeva tuttora dagli occhi il pianto ad alcuni di quel­li, che deponevano innanzi a noi do­po più d’un mese che il fatto era ac­caduto. … Fatto a Poitiers, in seduta comu­ne il 9 Febbrajo 1827. … » (i neretti sono miei).
Senza entrare nell’evidente carattere religioso, il testo fornisce parecchie notizie circostanziate e interessanti: l’ora dell’apparizione (30’ dopo il tramonto), la durata pari circa mezz’ora, l’altezza apparente di circa sessantasei metri, l’esiguità e la regolarità di forma in dimensioni giudicate pari a 42 metri con testa e crociera di circa 10 metri, ecc. Deve essere notato che il rapporto è molto “moderno” e precisa la difficoltà di poter valutare esattamente questi dati (quanti “rapporti ufologici” di oggi sono così precisi?). Ac­curato il rilevamento delle nubi lon­tane, di cui non si specifica però il tipo o la forma, e dell’assenza di neb­bie. Si potrebbe pensare ad un apporto o a una sorta di proiezione olografica? Può la posizione orizzontale essere stata un fenomeno ottico di prospettiva? Perché poi l’orientamento O.S.O.? Si fa riferimento al tramonto già avvenuto; ma non si dichiara il colore della croce; non ci sono elementi dunque per dedurne il colore, che forse (per non essere stato connotato con precisione) potrebbe essere stato rosseggiante. L’apparizione fu a quanto pare istantanea, ma la scomparsa fu graduale e per dissolvimento pro­gressivo: non potrebbe questo fatto spiegarsi con  un’altezza ben superiore a quella stimata? Oppure, di nuovo (e come spesso si nota nelle cronache ufologiche e nei fenomeni fortiani) un’oscura “intelligenza” ha operato una sorta di “inganno olografico”? A queste domande po­trebbe forse suggerire una risposta Vallée, o magari Keel. Si può anche, volendo, chiudere subito la questione accettando il carattere miracoloso dell’evento, che la religiosità popolare infatti subito le attribuì. Tuttavia, può essere utile ricordare qualche altro passaggio di fenomeni analoghi, o quanto meno simili. Per esempio, c’è un passo della «Cronica» di Dino Compagni, che nel secondo libro scrive (siamo a Firenze): «La sera apparì in cielo un segno merauiglioso il quale fù una Croce uermiglia sopra il Palagio de Priori; Fù la sua lista ampia più che palmi uno, e mezzo, e l’una linea di lunghezza era braccia XX, in apparenza, quella à trauerso un poco minore; la quale durò per tanto spazio quanto penasse un cauallo à correre due arringhi. Onde la gente, che la uide, e jo che chiaramente la uidi potremo comprendere che Iddio era fortemente contro la nostra città crucciato».

Dino Compagni: “«Cronaca delle Cose Occorrenti ne’ Tempi Suoi»

Il fenomeno sarebbe avvenuto il 6 Novembre 1301. Dante Alighieri la ricorda nella stessa data nel «Convivio», come pure Tolomeo da Luca, Simon della Tosa e altri. Da notare le misure apparenti: lista = cm. 30 circa, lunghezza = cm. 1168, durata = 15’-20’. Si tratta anche inquietante questo caso di un segno comunque inso­lito, che curiosamente ha in comune con la croce di Migné anche l’orientamento, poiché anche il « Palagio » guarda ad O.S.O. In questo caso, però, non c’erano 3000 persone in piazza, ma l’evento fu osservato da tutta la cittadinanza come sembra emergere dalle cronache.
A questo ricordo/testimonianza si potrebbe ag­giungere, andando molto a ritroso nel tempo, quanto scrisse nel III sec. d.C. Eusebio Panfilio di Cesarea nel «Chronicon»;  l’anno è il 335: «Un segno di croce apparve ai popoli della Siria nella parte orientale (del cielo) con grande terrore di quelli che lo videro». Nelle note di Arnaud de Pontac ad Eusebio si cita dagli Atti di S. Artemio Martire: «… Un gran segno di croce meravigliosamente ap­parve, in modo da superare con straor­dinario splendore la luce del giorno, e fu visto a Gerusalemme verso l’ora terza nel dì festivo della Pentecoste, estendendosi dal Calvario fino al Mon­te degli Olivi…», e P. Diacono nota: «… Verso l’Oriente apparve un prodi­gio in cielo nel giorno della Penteco­ste: una colonna infatti in forma di croce fu vista in cielo, ed aveva l’apparenza di una luce splendente, stendentesi dal Golgota al Monte degli Olivi…». «Niceforo… riferisce anche la grandezza di quel segno di croce, dicendo: la sua lunghezza ave­va occupato stendendosi nel cielo cir­ca quindici stadi (NdA: m. 2750 circa), per quan­to si potè appurare, e si stendeva dal monte Calvario a quello detto degli Olivi, con una larghezza adeguata in proporzione alla lunghezza…».

Testo di Eusebio di Cesarea, volume in folio

Queste fonti evidentemente hanno in comune solo il tipo del fenomeno, o meglio la «forma» essendo piuttosto chiaro, nel caso di Eusebio e contemporanei, il carattere astrono­mico di quanto descritto; si trattò probabilmente di una cometa o di una meteora. Diversa è la considerazione per i fenomeni di Firenze e di Migné, i quali han­no più l’aspetto di “apporti” o vere e proprie proiezioni, sono ancora più misteriosi e quasi sconfinano nel­la mistica: pare quasi di assistere alla famosa «aper­tura dei cieli». Alberto Cotogni, a cui va il merito di aver dato impulso (insieme a Solas Boncompagni, recentemente scomparso) a questo tipo di ricerche meno “modaiole” racconta di un evento analogo che lo vide testimone nel luglio del 1973: «Mi sono trovato, in compagnia di miei familiari, ad assistere ad un fenomeno particolare a Marina di Grosseto. Erano le 19.30 quando al ponente estivo, verso O.S.O.(!), apparve in cielo un esa­gono regolare, nei cui vertici si aveva l’impressione di un addensamento lu­minoso, color rosa acceso, con la base parallela all’orizzonte. La larghezza tra i vertici centrali opposti era di circa 30° ed il tratto assai sottile an­che se marcato. Vi era una grande pa­ce nella natura; assistemmo alla per­sistenza del fenomeno fino a 30 mi­nuti circa dopo il tramonto, avvenuto il quale la luminosità decrebbe lenta­mente, senza perdita di forma nel cie­lo, in quel punto sgombro di nubi e nebbie, neanche quando — scomparsa repentinamente — invano cercammo tracce del meraviglioso disegno di lu­ce. L’altezza apparentemente sembra­va sui 4000 metri». Non sembra che le parole del passato riecheggino, in maniera sbalorditiva, negli anni ’70 del secolo scorso?
Probabilmente più di qualcuno avrà assistito a fe­nomeni similari senza dar loro peso, come in genere non si dà importanza a certe nubi immobili e dalle forme strane che sembrano mimetizzarsi tra le altre in movimento; in questi tempi difficili, poi, ben raramente la gente ha tempo sufficiente da passare scrutando il cielo con la meraviglia e lo stupore che questo in ogni caso richiede. Aspettiamo, magari, gli sviluppi futuri del sentiero tracciato da Magonia e da Jacques Vallée.