Gizah: una delle località mondiali su cui sono stati versati non già fiumi, ma addirittura oceani di inchiostro. E a giusta ragione, perché, volendo eliminare ogni altro elemento, Sfinge inclusa, la sola presenza delle Tre Grandi Piramidi spiega il motivo di questo enorme interesse. Com’è noto, ormai da quasi due secoli si fronteggiano idee e teorie di ogni genere riguardo l’origine, la datazione, la funzione di questi monumenti straordinari, sui quali il mistero aleggia quasi per definizione, come la caligine di smogche avvolge l’intero altopiano, proveniente dalla megalopoli cairota. Non ultimo degli enigmi degli immutabili edifici, si erge, impenetrabile anch’esso, quello della modalità di costruzione, per cui si è fatto ricorso a teorie di ogni genere e grado. Alla fin fine, l’unico tentativo di “dimostrare” in via empirica e scientifica come costruire una piramide è stato, ad oggi, il Progetto NOVA di Mark Lehner (1997). Un progetto criticato anche da molti Egittologi ortodossi, che hanno sottolineato i limiti metodologici della “costruzione” di una piccola piramide, alta circa 6 metri, avvenuta col trucco, nel senso che non vennero utilizzati strumenti accessibili agli Egizi, ma moderna strumentazione in acciaio e macchine utensili ben poco congrue con il presunto grado tecnologico della Valle del Nilo del 2.500 a.C. Un modo esemplare, insomma, di come NON si fa la Scienza, unito ad un modo esemplare di disinformazione mirata alla conservazione del paradigma scientifico attualmente in auge. Ma è davvero possibile che esista un’alternativa seria e plausibile all’idea ufficiale delle Grandi Piramidi “nate” a metà del III millennio a.C.? O, meglio, è possibile individuare, almeno a livello intuitivo, una datazione diversa per i tre colossi? A mio giudizio, sì. E, si badi, quando parlo di “intuizione” prescindo, ovviamente, da reperti ben visibili, ma solitamente contestati dall’Egittologia di Hawass e seguaci, perché (sic!) “non assimilabili al contesto” (mi si perdoni il gioco di parole…). Perché reperti di tal guisa esistono, e in abbondanza: in primo luogo, ad esempio, l’ormai famoso uovo di Aswan, datato al Tardo Neolitico (probabilmente al confine fra il Badariano e il Predinastico di Naqada Icome dire circa 6.000 anni fa) e che sembra ritrarre proprio l’altopiano di Gizah completo di tre piramidi circa 1.500 anni prima della presunta costruzione della necropoli egizia, e a seguire la serie di stele ed epigrafi che accennano chiaramente alla preesistenza della Grande Piramide, delle sue consorelle e della Grande Sfinge al regno di Khufu (Cheope). Paradossalmente, il richiamo a questi “fonografi del passato” non fa altro che innescare polemiche e reciproci irrigidimenti fra “conservatori/ortodossi“, seguaci del modello standard (o, meglio, standardizzato…) dell’evoluzione sociale e tecnologica dell’Umanità, e “innovatori/eterodossi“, al contrario adepti di un nuovo modo di interpretare la storia evolutiva della nostra specie e del nostro pianeta. Solitamente, e chissà perché, si ritiene che, chiunque abbia costruito la Piramide di Cheope e in qualunque momento della storia lo abbia fatto, essa sia la più antica del terzetto principale di Gizah. In effetti, considerando solo le grandi piramidi di Gizah, Meidum, Saqqara e Dashur, la Grande Piramide sarebbe la quinta, come antichità, essendo la prima quella di Zoser a Saqqara. Eppure, questo concetto, al quale siamo tutti così assuefatti da darlo assolutamente per scontato, di fatto non è suffragato da alcun elemento realmente valido ed inoppugnabile. Perché, ovviamente, se, secondo l’Egittologia classica laStele dell’Inventario dice (anche) molte sciocchezze a proposito della piana di Gizah e per questo motivo non può essere valida nella ricostruzione delle vicende egizie dell’Antico Regno, non si capisce perché mai si dovrebbe invece dar credito a quattro faraoni, arcinoti per le loro fedifraghe millanterie, quando affermano di essere i costruttori di questa o quella meraviglia MAI più REPLICATA. Per inciso, tra l’altro, come si sa Cheope non sparò nemmeno questa fanfaronata. Quindi, vogliamo mettere da parte le guerre di religione sulle affermazioni che emergono (o meglio non emergono) dai reperti, e vedere se un ragionamento “per analogia” ci porta da qualche parte? Ovviamente, bisogna avere un’idea di partenza; la mia è che la prima piramide ad essere costruita, in un periodo anteriore (forse anche BEN anteriore…) a quello comunemente accettato sia stata la cosiddetta Piramide di Khafra (Chefren). Innanzi tutto, per un motivo assolutamente banale: è quella centrale, ed è posta su uno zoccolo di roccia, alto una dozzina di metri, che la rende, sempre e comunque, apparentemente più alta di quella di Cheope. Le sue dimensioni, in ogni caso, erano e sono ragguardevoli (136 metri attuali di altezza, per via della mancanza del pyramidion, che la porterebbe a svettare a 143 metri; 225 metri di lunghezza per il lato di base; precisione di angoli e di misure assolutamente sovrapponibili a quella della più studiata consorella). Già da queste brevi osservazioni, non balena l’idea, la possibilità che -chiunque abbia costruito la Grande Piramide- ne abbia “tarato” le dimensioni per eguagliare alla vista la “nuova” piramide a quella “vecchia”? In effetti, quasi da ogni prospettiva si ha l’impressione che la Seconda Piramide (continuerò ad utilizzare la denominazione corrente per comodità) sia più grande della Prima come si vede dalla fig.1.

Fig. 1 – Le Grandi Piramidi dal bordo del deserto

C’è poi un altro aspetto che contrasta decisamente con le tecniche costruttive delle consorelle: l’esistenza di due o tre corsi alla base del monumento, che fungono quasi da basamento e che hanno caratteri completamente diversi da quelli dei corsi di muratura superiori. Come si vede dalla fig. 2, infatti, i blocchi posti in opera sono molto più lunghi di quelli utilizzati per i livelli superiori (ed anche per quelli usati per le altre due piramidi, raggiungendo anche i 10-12 metri), ma, soprattutto, sono ancora più impressionanti, se possibile, visto che -come si vede agevolmente dalla foto, in cui io, alto esattamente 1 metro e 90 centimetri, vengo surclassato dall’altezza di sole due file di monoliti- raggiungono l’altezza di circa 210-220 centimetri per due file, oltre tre metri per tre file. Di fatto, un unicum nella costruzione delle piramidi.

Fig. 2 – la base della Seconda Piramide

L’ipotesi di lavoro è che le strutture sospettate di maggiore antichità possiedano, insieme ad un aspetto che oggi definiremmo “minimalista”, dei caratteri analoghi a quello dei “corsi megalitici” della Piramide di Chefren. Come esempio, consideriamo il Tempio della Valle di Chefren. I caratteri di tipo megalitico “avanzato” e “minimalista” (rispettivamente nel senso di una tecnologia apparentemente più evoluta rispetto – ad esempio- al pur stupefacente Stonehenge, e freddamente funzionale, praticamente senza fronzoli né elementi decorativi) emergono anche ad un’occhiata superficiale, lasciando chiaramente intuire (appunto…) un’origine, un’ideazione, un modus cogitandi comune. Ed anche introducendo le caratteristiche di Saqqara si vedono le stesse cose: il magnifico ingresso “a facciata di palazzo” riecheggia enormemente gli elementi che ho segnalato a Gizah (megalitismo avanzato e minimalismo), come appare ancora più crudamente, direi, in questo dettaglio: Si tratta evidentemente di un’immagine che denuncia uno stile decisamente diverso (è un eufemismo, ovviamente) dalle pressoché coeve, secondo i “conservatori/ortodossi”, strutture poste immediatamente a Sud. Nel caso in cui siano necessari ulteriori elementi, è sufficiente guardare più a Sud, ad Abydos, località fra le più antiche dell’Egitto, risalente al Predinastico e capitale di uno dei Regni preunitari del Paese, quindi con una storia superiore ai 6.000 anni accertati. Colà, in stretta vicinanza con il famoso cenotafio di Seti I, esiste il cosiddetto Osireion, una delle strutture megalitiche più “intriganti” dell’intero Egitto, curiosamente ed ostinatamente associato dall’Ortodossia al Nuovo Regno. Eppure, i rilievi stratigrafici in primo luogo lasciano ipotizzare con ben altra verosimiglianza un’origine di gran lunga anteriore per il monumento, che, guarda combinazione, presenta -suppongo per mero spirito imitativo o, ancor meglio, per puro caso- delle innegabili analogie con il Tempio della Valle, con il recinto di Saqqara, con la Piramide di Chefren: i “soliti” elementi megalitici “moderni” e “minimalisti” già mostrati. E poiché, in casi del genere, un’immagine vale più di mille parole, “voici l’Osireion” (fig. 3).

Fig. 3 – l’Osireion, Abydos

 Bene. Mi sembra chiaro che poiché da sempre sostengo che ogni ipotesi deve soddisfare alcuni requisiti, credo sia giunto il momento di esplicitare la mia ipotesi di riferimento. Una ipotesi molto semplice: su base analogico/intuitiva, ritengo che vada profondamente rivista la datazione (e la primogenitura…) assegnata ad alcuni dei più significativi monumenti dell’Antico Egitto. In altri termini, le strutture che ho illustrato fin qui fanno sospettare che la Seconda Piramide, il Recinto di Saqqara, il Tempio della Valle di Chefren, l’Osireion e molti altri edifici monumentali hanno non solo una comune origine cronologica, ma sono anche le vestigia primeve di una possibile civiltà pre-egizia tecnologicamente e socialmente assai evoluta; rappresentano, se si preferiscono altri termini, le strutture di riferimento per edificazioni successive. Ovviamente, alcune di esse sono un’evoluzione più o meno evidente operata dalla medesima civiltà, appartenente quindi alla stessa “stratificazione tecnologica” (intendo riferirmi alla Grande Piramide in primo luogo); altre, invece, una mal riuscita imitazione da parte di un’entità culturalmente eccezionale, ma largamente più “primitiva” perché, paradossalmente, di molto successiva e perciò meno dotata tecnologicamente. Infatti, molto si è scritto sullo stupefacente declino delle capacità costruttive degli Egizi in circa un secolo; verificato di persona, il fatto in sé è decisamente impressionante. Ed in effetti, la stessa piramide di Zoser a Saqqara è qualitativamente MOLTO DIVERSA dalle consorelle di Gizah (ed anche da quelle di Dashur, se è per questo).

Fig. 4 – la sommità della piramide di Zoser

La differenza è immediatamente percepibile: non dà quasi l’impressione di un tentativo di imitare qualcosa di irriproducibile nella sua complessità? Anche perché il paragone si fa ancora più impietoso con la piramide di Unas (nonché con quella di Teti). Costruite “ufficialmente” circa un secolo dopo le Grandi Piramidi di Gizah, non solo presentano una tecnica costruttiva radicalmente diversa (ed invece molto simile a quella di Zoser), ma rappresentano forse l’epitome del fallimento imitativo condotto dagli Egizi senza i poderosi mezzi del Progetto NOVA di Lehner (o armamentario tecnologico equivalente). Ed infatti, questo misero sbriciolamento è il risultato. In conclusione, anche la struttura interna delle camere della Seconda Piramide (almeno allo stato delle nostre attuali conoscenze), che appare simile (sarcofago rosso vuoto compreso…) ma solo vagamente a quella ben più complessa della Grande Piramide sembra deporre per una possibile verità storica alternativa: prima della Prima Piramide, vennero la cosiddetta Seconda e molti altri edifici concettualmente analoghi, assai somiglianti fra loro in termini di fredda razionalità ed aspetto tipicamente megalitico “avanzato”. Solo successivamente LO STESSO POPOLO, ben prima degli Egizi, affinò le proprie tecniche. Da ultimo, quando nella Valle del Nilo giunsero i pre-egizi (da Nabta Playa, dal Sahara in via di desertificazione e dall’Africa Equatoriale), restarono ammaliati da quelle costruzioni, al punto che, nel tempo, le restaurono, cercando di carpirne i segreti della costruzione.

Fig. 5 – il recinto di Saqqara, con dettaglio della facciata

Ambiziosi ed intelligenti quali erano, tentarono di riprodurre quei super-monumenti. Fallirono. Ma ci hanno comunque indicato la via del coraggio, lasciandoci migliaia di altre opere d’arte, dal Predinastico in poi, che possono solo stupire. La grandezza degli Egizi non sta nelle Piramidi o nella Sfinge, che probabilmente non furono mai in grado di edificare. Sta nel tentativo di conservare un sapere antico e nell’accettare la sfida che esso proponeva. E, in questo caso, non esistono fallimenti, ma solo vittorie. E’ sufficiente gettare il cuore oltre l’ostacolo, come con ogni probabilità i figli di Khemet hanno fatto. Per me personalmente, non ha importanza se non sono riusciti a superare l’ostacolo, rivelatosi troppo arduo. E’ importante che ci abbiano provato, e che domani si possa rendere merito e omaggio a Coloro che li ispirarono, stimolandone l’intelligenza.

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Fig. 6 – le rovine della piramide di Unas (V Dinastia)