L’universo nel palmo della mano. La fisica dell’impossibile.

da | Mar 30, 2015 | Scienza

L’impegno è colossale. L’obbiettivo a dir poco azzardato. L’intento di questa ricerca è di individuare un background scientifico alla enorme varietà di fenomeni inspiegabili e che al contempo li unifichi, la dove questo sia possibile. L’unica strada percorribile passa dal lavoro di Kark Pribram, sulla teoria del cervello olografico, e di David Bohm, sull’ipotesi dell’universo olografico.

Le due teorie si integrano perfettamente esplorando, in un caso, il nostro ruolo nella creazione della realtà, nell’altro, la natura della realtà stessa. Di Pribram ci occuperemo in un altro articolo.

Bohm ha elaboratato la sua teoria fisica sulla natura dell’universo e della reatà stessa partendo dalla meccanica quantistica1. Fu contemporaneo di Einstein e Bohr con i quali si confrontò riguardo alle varie possibili interpretazioni di questa branca della fisica che stava rivoluzionando il mondo della scienza. La sua teoria è stata alle volte, erroneamente, associata a visioni new-age, ma Bohm era un fisico di prim’ordine fatto e finito. Tanto che fra le altre cose di lui si ricorda proprio un’interpretazione della meccanica quantistica che ha poi preso il suo nome e quello di un suo collega, l’interpretazione De Broglie – Bohm.

( Non mi soffermerò sulla sua biografia per quale rimando al lavoro dell’amico Enrico Travaini sul sito della Associazione ASPIS www.associazioneaspis.net/paradigma-olografico-vol-i/ )

Nel suo percorso all’interno dell’insidioso universo della meccanica quantistica però, per ragioni che vedremo tra poco, si rese conto ( come del resto fece anche Einstain ) che tale teoria produceva più dubbi che risposte e che al suo interno nascevano alcune incolmabili incongruenze.

Per arrivare a capire come e perché Bohm sia giunto ad elaborare la teoria olografica dobbiamo fare qualche passo indietro ed affrontare alcuni capisaldi della fisica e della meccanica quantistica.

La prima tappa di questa escursione è il principio di indeterminazione di Heisenberg. Secondo tale principio non è possibile determinare la traiettoria di una particella elementare, come l’elettrone, dal momento che non è possibile individuare simultaneamente, ad ogni istante, la sua posizione e la sua velocità. Di conseguenza la traiettoria di un elettrone può essere predetta solamente con strumenti probabilistici e non meccanici. La sua posizione viene quindi descritta da una così’ detta “funzione d’onda”2. Le equazioni matematiche che sottendono questi fenomeni vennero elaborate da Schrödinger.

Tale funzione ha la particolare caratteristica di “collassare” non appena entra in contatto con un sistema non quantistico. In sostanza quando, ad esempio, entra in contatto con un qualsiasi strumento di misurazione. La sovrapposizione di stati quantistici, cioè la probabilità di essere in più stati nello stesso istante, si annulla è ne emerge uno solo. Celebre è l’esempio del gatto di Schrödinger. Un paradosso elaborato appositamente per spiegare questa sovrapposizione di stati. Un gatto si trova all’interno di una scatola assieme ad un sistema che in un determinato arco di tempo abbia la stessa probabilità statistica di ucciderlo che di non farlo. L’osservatore all’esterno della scatola non può sapere cosa farà il sistema. Il paradosso originale usa un contatore Geiger collegato ad una fiala di cianuro ed una qualsiasi sostanza radio-attiva di cui un atomo potrebbe o non potrebbe disintegrarsi nel tempo preso in considerazione. In un caso la fialetta si rompe ed il gatto muore, nell’altro non succede ed il gatto non muore.

Spesso il risultato dell’esperimento viene presentato nei termini seguenti. Dopo un intervallo uguale al tempo di dimezzamento, l’atomo può essere decaduto o meno con la stessa probabilità, quindi si trova in una sovrapposizione dei due stati: in notazione di Dirac, lo stato dell’atomo è

Ma poiché il decadimento determina la sorte del gatto, questo dovrebbe essere considerato contemporaneamente vivo e morto:

3

E’ L’interpretazione di Bohr, detta l’interpretazione di Copenhagen della meccanica quantistica, a creare il paradosso del gatto sia vivo che morto, sino a che un osservatore non intervenga interagendo il sistema aprendo la scatola.

Il collasso rappresenta, sostanzialmente, il passaggio da una “sovrapposizione di onde di probabilità” che descrive tutte le posizioni possibili di una particella ( rispettando il Principio di Inderteminazione di Heisenberg la particella si trova in più punti contemporaneamente ) ad una particella localizzata4.

Per superare questa stallo concettuale Bohm inserisce nell’equazione di Schrödinger un nuovo parametro determinante: il potenziale quantico.

Va detto che questo nuovo parametro non è una pura astrazione teorica individuata da Bohm per eliminare l’indeterminazione dall’equazione di Schrödinger ma ha il suo corrispettivo nella teoria tradizionale della meccanica quantistica e viene definito “campo del punto zero”, la cui esistenza è stata dimostrata dall’esperimento del celebre fisico olandese Hendrik Casimir nel 1948.

Sostanzialmente l’indeterminazione quantistica permette all’energia di manifestarsi dal nulla nonché di scomparire nel nulla. Poiché la materia è una forma di energia le particelle possono apparire brevemente dal nulla e ne segue che lo spazio vuoto deve essere considerato un continuo ribollire di “particelle virtuali” ( Coppie di particelle – antiparticelle ) che esistono solo per qualche breve istante prima di scomparire nuovamente.

Per il suo esperimento Casimir pensò ai fotoni virtuali e a come misurarne l’influenza. Pose due lamine metalliche riflettenti a breve distanza l’una dall’altra, faccia a faccia, in parallelo. In questa condizione i fotoni virtuali cominciano a rimbalzare tra le superfici rdelle lamine. L’effetto che ottenne non fu quello che istintivamente saremmo propensi ad immaginare, al fatto cioè che si crei una pressione interna tale da allontanare le lamine, ma esattamente il contrario. Le lamine si avvicinarono. Come spesso accade previsioni e risultati sperimentali, nella meccanica quantistica sono contro-intuitivi.

Nell’esperimento di Casimir, da cui prese il nome l’effetto Casimir, dobbiamo pensare ai fotoni in termini ondulatori, onde luminose, e dobbiamo paragonarle alle vibrazione provocate dalle corde di una chitarra quando viene pizzicata. La corda, essendo vincolata ad entrambe le estremità può vibrare solo a determinate frequenze, ovvero a specifiche lunghezze d’onda. Ugualmente solo i fotoni che vibrano ad una certa frequenza possono virtualmente “incastrarsi” nello spazio tra le lamine.

Quindi tutte le altre lunghezze d’onda ne sono escluse, o per meglio dire, relegate all’esterno delle piastre. Di conseguenza ci sono meno fotoni nel vuoto interlaminare che all’esterno. Questa differenza produce una pressione che avvicina le lamine. L’effetto seppur debole venne misurato e dimostrò che le fluttuazioni quantistiche del vuoto, ovvero l’energia del punto ( campo ) zero, sono un fenomeno concreto5.

Tornando a Bohm e alla sua teoria, essa mostra chiaramente che il potenziale quantico ( la versione bohmiana del campo del punto zero ) agisce su tutte le particelle ed è una funzione della posizione di tutte le altre particelle rispetto a quella presa in considerazione. Di conseguenza questo effetto non decresce con la distanza6.

In questo modo fa la sua comparsa il concetto di non-località nella visione di Bohm che assumerà poi un ruolo fondamentale e del tutto originale rispetto a quello associato all’indeterminazione quantistica. Il potenziale quantico opera quindi non-localmente ma anche in maniera istantanea. Il che verrebbe a contraddire il limite della velocità della luce individuato da Einstein.

Ancora una volta vi è un fenomeno predetto e verificato dalla meccanica quantistica che possiede esattamente queste due caratteristiche. Non significa che questo si correli direttamente al potenziale quantico ma ci lascia intuire che queste proprietà inspiegate, se ci limitiamo alla fisica tradizionale e alla meccanica quantistica, siano una realtà.

Il fenomeno in questione si definisce entanglement e lo vedremo nel dettaglio più avanti.

Però basti ribadire che è un fenomeno che mette in correlazione due particelle e permette una comunicazione tra esse che per realizzarsi deve superare la velocità della luce. Tale proprietà è ancora oggi scientificamente non spiegabile. A meno che non si prenda in considerazione l’eterodossia scientifica ispirata da Bohm e la sua teoria olografica. In questo contesto tale fenomeno ha una spiegazione che permette al limite della velocità della luce di rimanere inviolato.

Allorché intendiamo il potenziale quantico come un campo informativo che pervade lo spazio e guida informando le particelle sub-atomiche sul come comportarsi, tale campo è onnipresente rendendo la separazione tra le particelle solamente un effetto percepito all’interno delle nostre quattro dimensioni abituali. Per come è strutturato l’universo olografico tale separazione non esiste e quindi l’informazione non deve superare la velocità della luce perché in effetti non deve coprire alcuna distanza.

Vi sono diversi esperimenti realizzati che sostengono l’esistenza di questo campo informativo e della sua connotazione a-temporale e non locale.

Il primo è l’ “esperimento della doppia fenditura”. Tale esperimento, secondo Richard Feynmam7, racchiude il mistero centrale della meccanica quantistica. Esso descrive un fenomeno completamente “inspiegabile”8. L’esperimento ebbe varie incarnazioni ma nacque all’inizio del diciannovesimo secolo ad opera di Thomas Young9 con l’intento di dimostrare la natura ondulatoria della luce. Poi, visti i risultati che si ottennero, lo scopo divenne quello di dimostrare la doppia natura della luce, corpuscolare e ondulatoria.

Nell’esperimento vengono poste due paratie a poca distanza una dall’altra. La prima con un foro, la seconda con due, equidistanti dal primo foro. Vengono sparati dei fotoni e sullo schermo fotografico posto alla fine si formano righe alternate chiare e scure esattamente dove si formerebbero le figure di interferenza tipiche dei pattern ondulatori. Quindi in questo caso le particelle si comportano come onde. Tuttavia, se spariamo un singolo fotone alla volta, esso colpisce lo schermo producendo un unico punto, comportandosi quindi come una particella.

Se già di per se, come diceva Feynman, in questa dualità si nasconde il cuore del mistero della meccanica quantistica, cosa potremmo dire delle stranezze ulteriori che si sono scoperte? Dopo l’esperimento di Thomas Young fu John Wheeler a raccogliere la sfida ed ideò un esperimento concettuale che venne denominato “della scelta ritardata”.

Wheeler10 trasse spunto dal fatto che se i fotoni venivano sparati tutti contemporaneamente dallo stesso lato ( in questa versione dell’esperimento vi era una sola paratia con due fori ), essi continuavano a produrre una figura di interferenza come se interferissero con se stessi. L’esperimento prevedeva però che un rilevatore analizzasse da quale fenditura passava ogni singolo elettrone. Solo per questo motivo, per la presenza del rilevatore, l’elettrone passava da una sola delle due fenditure e di conseguenza non vi era figura di interferenza. Se anche si pone il rilevatore dopo le fenditure, quindi dopo che gli elettroni hanno superato lo schermo, la figura di interferenza non si crea.

Qui entra in gioco la “scelta ritardata”. Noi possiamo decidere ( o lo può fare casualmente un computer ) se analizzare o meno il fotone dopo che esso è passato nella fenditura. In accordo con la meccanica quantistica tale decisione influenza il comportamento del fotone una frazione infinitesimale, ma reale, prima del tempo dell’interazione con il rilevatore. Nella sua sorprendente sostanza ciò implica che il fotone possiede una sorta di precognizione di cosa andrà a incontrare sulla sua strada. Negli anni ottanta sono stati realizzati almeno due esperimenti indipendenti, nell’Università del Maryland e nell’Università di Monaca di Baviera, che hanno confermato che ciò accade realmente.

Cosa può informare il fotone sul come comportarsi? Che un oggetto quantistico risenta dell’osservazione, dell’interferenza di un sistema non quantistico, e quindi collassi è più che previsto dalla meccanica stessa. Ma non esiste nulla che possa spiegarne la causa. Per trovare un’ipotesi valida dobbiamo tornare a Bohm e al potenziale quantico. Lo si definisce “campo informativo” proprio per questo motivo, per la sua capacità di informare la particella. Come abbiamo già visto, e come vedremo negli esperimenti successivi, tempo e spazio nel potenziale quantico non sono rilevanti. Si potrebbe azzardare quasi che non esistano.

Altre conferme.

Vi è un altro sostegno, seppur indiretto, alla teoria olografica di Bohm e deriva dalle perplessità di Einstein nei confronti della meccanica quantistica, sopratutto nell’interpretazione di Bohr. Einstein, assieme a due colleghi, Podolsky e Rosen, immaginò un paradosso logico che prese il nome dalle loro iniziali: il paradosso EPR. L’insoddisfazione dei tre fisici derivava dal contrasto che esiste tra la capacità predittiva della meccanica quantistica e le misteriose anomalie che queste previsioni, in alcuni casi verificate sperimentalmente, producevano. La corrente di Copenhagen tendeva a minimizzare l’importanza di queste anomalie concentrandosi quasi esclusivamente sugli aspetti più produttivi ed ortodossi.

Il concetto che sta alla base del paradosso EPR è che per rispettare una legge se ne viola un’altra. Nella fattispecie se si prende una particella elementare non dotata di spin ( una delle proprietà delle particelle quantistiche, che semplificando si può definire come il senso di rotazione della particella attorno al proprio asse ), ad esempio un elettrone e la si scinde in due particelle ne segue che le due particelle risultanti devono aver una uno spin +1/2 e l’altra -1/2. Ciò per conservare una legge fisica, la conservazione dello spin. La somma degli spin deve sempre esser 0. Ora supponiamo di inviare a grandissima distanze l’una dall’altra le due particelle appena create. Immaginiamo poi di intervenire e mutare lo spin di una delle due particelle. Per rispettare la legge della conservazione dello spin, e quindi la somma iniziale dei due spin, anche il valore dello spin dell’altra particella dovrà mutare istantaneamente. Ma a questo punto, vista la distanza tra le due, l’informazione ( vedete che l’idea di informazione ritorna ) dovrebbe viaggiare più veloce della luce. Cosa che sappiamo bene essere impossibile.

Bohm definisce questa situazione l’effetto degli spin correlati11 e lo giustifica asserendo che la separazione tra le due particelle è solo un’illusione.

Quando Einstein ed i suoi due colleghi idearono il paradosso non si aspettavano di certo che questo potesse essere verificato sperimentalmente. Lo spirito che li aveva animati era di dimostrare che la meccanica quantistica era ancora una teoria incompleta. Einstein non accettava le conseguenze delle conclusioni di Niels Bohr per cui le proprietà di una particella non esistono sino a che essa non viene osservata. Conclusioni che implicano connessioni sub-atomiche che semplicemente non riteneva possibili.

L’equazione che rese possibile la verifica sperimentale di questo paradosso fu scritta da John Bell12 il quale voleva risolvere la disputa tra Einstein e Bohr.

L’esperimento invece fu realizzato da un fisico francese nel 1981, Alain Aspect, che confermò sperimentalmente l’esistenza di questa connessione fantasma dando torto sia a Einstain , che aveva si scritto il paradosso ma non lo riteneva possibile, che a Bohr che giudicava la non località un fenomeno trascurabile o persino un errore. L’unica teoria a trarre beneficio dall’esperimento di Aspect fu la teoria olografica di Bohm.

Insieme a  Jean Dalibard  e  Gérard Roger, due ricercatori dell’Istituto di Ottica dell’Università di Parigi, riuscì a verificare con quasi certezza le ipotesi non locali della teoria quantistica. Al centro dell’apparato venne posto un atomo di calcio, il cui decadimento produce una coppia di fotoni che si muovono lungo percorsi opposti. Lungo uno di questi percorsi, a intervalli del tutto casuali, viene inserito un cristallo birifrangente, il quale, una volta che un fotone interagisce con esso, può con una probabilità del 50% deviarlo, oppure lasciarlo proseguire indisturbato.

Agli estremi di ogni tragitto previsto per ciascun fotone viene posto un rivelatore di fotoni. In tal modo Aspect ha potuto verificare che nel momento in cui il cristallo birifrangente inserito lungo un percorso produce la deviazione di un fotone, evidenziata dal rivelatore posto alla fine del percorso stesso. Anche l’altro fotone, che aveva proseguito in direzione opposta (senza alcun elemento che ne può influenzare la traiettoria), istantaneamente subisce una deviazione: si verifica cioè un effetto istantaneo a distanza. In tal modo Aspect verifica sperimentalmente il fenomeno non locale dell’entanglement.

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Questa è la definizione che assume questo fenomeno, previsto dalla meccanica quantistica nella sua interpretazione classica, mostrando nel contempo con probabilità estremamente elevata (oltre 200 deviazioni standard) che anche nell’ipotesi di variabili nascoste, nella meccanica quantistica o in altre teorie, sarebbe ancora e sempre l’abbandono del principio di località il “prezzo da pagare”13. Come dicevamo l’interpretazione matematica di ciò che rende questo fenomeno giustificabile nella teoria di Bohm è il potenziale quantico. Interpretarlo come una sorta di “spirito della materia” è coraggioso ma non fuori luogo. Allo stesso modo l’illusione che descrive Bohm assomiglia molto al “velo di Maya” della filosofia tantrica secondo la quale che noi sia separati dalla realtà che ci circonda è solo un’illusione. Non è fuori luogo in quanto Bohm stesso, con il passare degli anni, ebbe un approccio sempre più olistico verso le sue ricerche che lo portò, ad esempio, a dialogare e a trarre ispirazione da Krisnamurti.

Ancora prima di Aspect, già nel 1959, lo stesso Bohm insieme al collega Aharonov scoprirono ( per l’esattezza riscoprirono ) una proprietà “non-locale” degli elettroni che da loro prese poi il nome: l’effetto Aharonov – Bohm. Scoprirono che gli elettroni sono in grado di “sentire” la presenza di un campo magnetico anche se sono in regioni dello spazio dove l’intensità del campo è pari a zero, come se non ci fosse distanza14, o quantomeno che la distanza sia ininfluente, nel rapporto tra il campo e gli elettroni. Il campo magnetico e gli elettroni in questione manifestano una sorta di entanglement che quindi forse è un fenomeno di più ampio spettro di quanto si possa immaginare.

Nel 1998 il fisico svizzero Gisin ed i suoi collaboratori produssero un ulteriore esperimento che aumentò a oltre 10 km la distanza tra le due particelle collegate dal fenomeno dell’entanglement. Dimostrarono che questa “azione fantasma”, questa comunicazione non-locale si mantiene a prescindere dalla distanza15. Le conseguenze sono plausibilmente due: o esistono fenomeni locali ancora sconosciuti, che rendono sbagliati i postulati riguardo alla velocità della luce, oppure vi deve essere una soluzione alternativa e la teoria olografica alla fine è proprio questo.

Un effetto della teoria di Bohm è quello di eliminare la casualità dalle ragioni della creazione. Esisterebbe infatti una “proto-intelligenza” nella materia, materia che può manifestarsi in vari gradi di esistenza, che agirebbe creativamente negli sviluppi evolutivi promossi dall’olomovimento.

Nella teoria di Bohm la realtà sarebbe suddivisa in almeno due livelli. Il primo, il livello esplicato, sarebbe la proiezione olografica, di un altro livello più profondo, definito livello implicato. La definizione olografica deriva proprio da questo principio che rispecchia il funzionamento di un ologramma. Nell’ologramma le informazioni necessarie a creare l’immagine tridimensionale sono contenute nella pellicola olografica. Per quanto si spezzetti la pellicola ogni pezzo contiene l’intera informazione, l’intero ologramma. Tale principio è valido anche nell’ipotesi dell’universo olografico.

Per completezza di informazione e per rispetto al suo lavoro ritengo sia doveroso citare direttamente le parole di Bohm:

«Possiamo supporre che l’universo, che include l’esistenza, contiene non solo i campi che conosciamo ma anche un numero indefinitamente largo di campi che non conosciamo e che forse non conosceremo mai nella loro totalità. Ricordando che le qualità essenziali dei campi esistono solo nei loro movimenti proponiamo di chiamare questo campo “olomovimento”. Ne segue che, in definitiva, tutto nell’ordine esplicito dell’esperienza nasce dall’olomovimento».

«Tutte le cose nell’ordine esplicato emergono dall’ordine implicato e alla fine ci ricadono dentro. Esse durano per un certo periodo di tempo, e mentre durano, la loro esistenza è sostenuta in un continuo processo di spiegamento e ripiegamento, che da luogo alla loro relativamente stabile e indipendente forma nell’ordine esplicato»

«A nessun livello c’è una rottura in questo processo. Ad esempio non ci verrebbe da dire che le molecole inanimate dell’anidride carbonica entrano negli alberi ed immediatamente diventino “vive” o che la molecola di ossigeno immediatamente “muore” quando lascia l’albero. Piuttosto la vita è eternamente avvolta nella materia e, più profondamente, nel soggiacente campo di un generalizzato olomovimento come nella mente e nella coscienza. Nelle giuste condizioni tutto questo si evolve in stadi sempre più alti di organizzazione. La nozione di un organismo separato è chiaramente un’astrazione così come lo sono i suoi confini. Alla base di tutto vi è una totalità ininterrotta anche se la nostra società si è sviluppata in modo da enfatizzare la separazione in parti…»16

Conclusioni

Le conclusioni che possiamo trarre vanno in tre differenti direzioni, tre ramificazioni che sono rami di un stesso albero. Diversi aspetti di un’unica interpretazione della realtà.

L’intera realtà potrebbe essere un singolo sistema quantistico che risponde coralmente a ulteriori interazioni17.

Le sincronicità, altro aspetto rilevante di questo ambito non-locale ed a-temporale, nelle parole del fisico F.David Peat18 sono la rappresentazione di fluttuazioni, di difetti nella trama della realtà. ( vi ricordate i dejavù del film Matrix? Nda.) Queste fessure ci offrono una momentanea connessione con la natura nascosta dell’ordine implicato.

Un paio di anni fa è stato ideato un esperimento volto a dimostrare che il nostro universo a 3 dimensioni è la proiezione di uno spazio-tempo bi-dimensionale. L’esperimento dell’olometro, presso il Fermilab realizzato dal fisico Aaron Chou. Se così fosse, zoomando a sufficienza si potrebbero ( o dovrebbero ) individuare i più piccoli bit quantici, come i pixel di una macchina fotografica digitale.

L’idea venne dall’esperimento con il GEO600 per l’individuazione di onde gravitazionali che però venne afflitto da un insormontabile rumore di fondo. Questo rumore di fondo potrebbe indicare la presenza dell’unità più piccola dell’universo e dello spazio-tempo: quanti di spazio-tempo sulla scala di Plank ( 1.616199(97)×10−35, 10 miliardi di miliardi di volte più piccolo di un atomo ).

L’olometro cercherà distorsioni provenienti da questi minuscoli quanti di spazio-tempo. I risultati si otterranno nel 2015. Individuare queste distorsioni potrebbe portare alla scoperta che il nostro universo è “una sorta” di proiezione olografica. Importante, per il momento, è rilevare che in una struttura come il Fermilab si impieghino risorse in questo genere di ricerca, sostanziandone le validità19.

Un’interpretazione alternativa, in un campo già di ricerca, già eterodosso che cerca di trovare un senso a questa visione della realtà ipotizza che l’ologramma di cui abbiamo trattato sino ad ora sia a tutti gli effetti una simulazione. Accenniamo solo brevemente a questa possibilità perché ci riserviamo di farlo più approfonditamente in un lavoro successivo.

Vi sono, in effetti, un numero di elementi che potrebbero rivelare la simulazione sottostante la realtà che ci appare creata, secondo una ricerca, con una “rigida griglia spazio-temporale iper-cubica”. Assumendo che l’universo sia finito e quindi che le risorse di un potenziale simulatore sono finite, ne segue che il volume contenente una simulazione sarebbe finito e lo spazio nel reticolo deve essere diverso da 0 e quindi, in linea di principio, deve sempre rimanere la possibilità per il simulato di scoprire il simulatore20.

Cosa succederebbe se noi ci accorgessimo che siamo frutto di una simulazione? Cosa farebbero i creatori della nostra simulazione? Spegnerebbero lo schermo olografico che ci rappresenta oppure lo cambierebbero per non essere scoperti21?

Questa potrebbe essere una intelligente similitudine, non che debba essere presa alla lettera, e riesce a dar conto dell’infinita varietà di fenomeni inspiegabili a cui l’umanità assiste dal principio della propria esistenza.

Vi è quella che io definisco “la questione della varietà” che affligge anche un campo come quello dell’ufologia in cui invece molti tendono a individuare solamente similitudini e schemi che si ripetono. A mio parere sono molto più rilevanti le singole anomalie, le differenze e le unicità che emergono dai racconti delle persone, che nel corso di tutte le epoche, si sono confrontate con questo fenomeno.

Un’altra strada percorsa dalla ricerca scientifica nel tentativo di giustificare molte delle anomalie che emergono è quella del multiverso. L’esistenza cioè di un infinito numero di universi, che per semplicità potremmo definire paralleli, in alcuni dei quali potrebbero nascondersi civiltà estremamente avanzate la cui tecnologia si sarebbe spinta infinitamente più avanti della nostra nella computazione quantistica.

Tale civiltà potrebbe essere in grado di sfruttare questa sua potenzialità per creare appunto la simulazione di cui sopra oppure potrebbe essere in grado, conoscendo i meccanismi dell’ordine implicato, di alterare la trama della realtà davanti ai nostri occhi. Se tale civiltà possedesse un sistema per mettersi in relazione con la nostra coscienza, o con il nostro dna, potrebbe fare in modo che le manifestazioni del fenomeno si adattino alle nostre aspettative.

Il terzo ramo, i precedenti due sono la trama della realtà e la sua possibile simulazione, riguarda le ipotesi concernenti la nostra coscienza. Vi sono stati molti tentativi, scientifici e filosofici, di determinare cosa sia la nostra coscienza. Il fisico Penrose22 ha individuato nella caratteristiche quantistiche dei microtubuli del nostro cervello e nel numero di collassi delle funzioni d’onda all’interno di tali microtubuli, il meccanismo che rende gli esseri viventi più o meno coscienti.

L’idea è sicuramente originale ed ha molte caratteristiche positive, non è questo il luogo per approfondire la sua teoria, ma nel suo essere ortodosso non tiene conto di tutta una serie di fenomeni che ci dimostrano come la coscienza non risieda nel cervello fisico. Analizzeremo nei prossimi lavori i casi di Pre-morte ( Near death experience, NDE. Nda ), di reincarnazione e non solo.

L’unica teoria che è in grado di tener conto di tutte le variabili è quella di cui abbiamo trattato sino ad ora. L’ipotesi olografica ( od olonomica ) di David Bohm.

Egli ha trovato inaccettabile l’idea che le particelle esistano solo dopo esser osservate perché, in realtà, non vi è alcuna interazione coscienza – materia in quanto non vi è alcuna distinzione tra le due. L’osservatore è l’osservato. Bohm sostiene che la coscienza sia una forma più sottile di materia23.

Egli ritiene che la relazione tra coscienza e materia non avvenga al nostro livello della realtà ma nel profondo dell’ordine implicato. Essa sarebbe presente nelle diverse gradazioni del celarsi e dello svelarsi in tutta la materia.

Bohm agli inizi della sua carriera si occupò dei plasmi e notò come in certi casi essi si comportino come esseri viventi. L’ipotesi che la coscienza sia diffusa, a vari livelli, in tutta la materia potrebbe in un certo senso spiegare perché il plasma si comporti come un insieme di esseri viventi. Se il plasma viene osservato da vicino le particelle, gli elettroni, che lo compongono possiedo movimenti casuali, se viene osservato da più lontano, il plasma si muove coerentemente. ( vedi Diffusione di Bohm ).

Allo stesso modo un individuo può vivere pensando di essere libero nelle sue azioni ma essere in realtà inserito ed influenzato dai valori della società.

Bohm ha scritto “La caratteristica della forma di essere attiva è la caratteristica che più si confà alla mente ed abbiamo qualcosa di simile alla mente già con l’elettrone”.

Nella totalità dell’ordine implicato potrebbero esistere frazioni indipendenti, o parzialmente indipendenti, come possono essere gli elementi fisici o gli esseri umani24. E vi possono essere molti livelli all’interno dell’ordine implicato sino ad un ultimo livello inconoscibile. Qui Bohm colloca quello che lui definisce “apice cosmico”, un’intelligenza subliminale o cosmica che si esprime nel dispiegarsi dei livelli sovrastanti sino a giungere alla realtà che percepiamo.

Se sapessimo accedervi potremmo trovare la galassia di Andromeda nell’unghia di un pollice25”.

Per estensione nulla ci vieta di estendere tale possibilità anche al tempo.

L’apice cosmico potrebbe essere la sorgente della coscienza che come un campo pervade tutti i livelli dell’esistenza. Come l’effetto Aharonov-Bohm non risentirebbe della distanza e forse nemmeno del tempo. Il cervello olografico, o forse il DNA, capta questo campo e lo traduce nella nostra esperienza soggettiva. La soggettività dell’esperienza potrebbe essere necessaria, funzionale, allo scopo della propria esistenza.

Concludiamo citando Albert Einstein: «Ogni essere umano è parte di un tutto che noi chiamiamo “universo”, una parte limitata nello spazio e nel tempo. Egli percepisce l’esperienza di se stesso, dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti come qualcosa di separato dal resto, una sorta di illusione ottica della sua coscienza. Questo inganno è per noi una specie di prigione che ci limita ai nostri desideri personali e all’affetto per le poche persone che ci stanno attorno. Il nostro obbiettivo deve essere quello di liberarci dalla prigione allargando il nostro cerchio della comprensione a tutte le creature viventi e alla Natura intera26».

Note:

1La meccanica quantistica (anche detta fisica quantistica) è la teoria fisica che descrive il comportamento della materia, della radiazione e le reciproche interazioni, con particolare riguardo ai fenomeni caratteristici della scala di lunghezza o di energia atomica e subatomica.

Come caratteristica fondamentale, la meccanica quantistica descrive la radiazione e la materia sia come fenomeno ondulatorio che come entità particellare, al contrario della meccanica classica, dove per esempio la luce è descritta solo come un’onda o l’elettrone solo come una particella. Questa inaspettata e contro intuitiva proprietà, chiamata dualismo onda-particella, è la principale ragione del fallimento di tutte le teorie classiche sviluppate fino al XIX secolo. La relazione fra la natura ondulatoria e quella corpuscolare delle particelle è definita nel principio di complementarità e formalizzata nel principio di indeterminazione di Heisenberg. ( fonte wikipedia )

2Massimo Teodorani D.Bohm, la Fisica dell’infinto. Macro Edizioni 2006 p.22.

3http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_del_gatto_di_Schrödinger

4Vedi Prec.

5Q come quanto. Dizionario di Fisica Macro Edizioni 2004. p. 199.

6Non locality and symmetrized quantum potenzial. Davide Fiscaletti e Amrit Srecko Sorli. Spacelife Institute, San Lorenzo in Campo, Italy. Scientific Research Center Bistra, Ptuj, Slovenia.

7Per i suoi lavori nel campo dell’elettrodinamica quantistica, tra i quali un procedimento di rinormalizzazione della carica e della massa dell’elettrone, gli è stato assegnato nel 1965 il premio Nobel per la fisica insieme a J. S. Schwinger e S. Tomonaga ( fonte www.treccani.it )

8Lectures on Physics vol.III cit. in Q come Quanto. Macro Edizioni 2006 p.234

9Medico, fisico ed egittologo (Milverton 1773 – Londra 1829). La figura di Y. ha lasciato importanti contributi alla fisica, per lo studio dell’ottica, ma soprattutto per la cosiddetta esperienza di Y., per la definizione del modulo di Y. e per lo studio dei fenoneni della marea. Altri suoi contributi alla fisica furono l’introduzione del modulo di elasticità, che porta ancora il suo nome, l’interpretazione dei fenomeni di marea, che più tardi (1844) G. B. Airy sviluppò ulteriormente; la teoria della capillarità. Ma il maggior merito di Y. rimane la sua opera a sostegno della teoria ondulatoria della luce, con la fondamentale esperienza dei due fori che porta il suo nome, le conseguenze interpretative che ne seppe dedurre (colorazione delle lamine sottili, anelli di Newton) e le prime misurazioni interferometriche di lunghezze d’onda. ( fonte www.treccani.it )

10John Archibald Wheeler (Jacksonville, 9 luglio 1911 – Hightstown, 13 aprile 2008) è stato un fisico statunitense. Conseguì il dottorato nel 1933 alla Johns Hopkins University con una tesi sulla dispersione e l’assorbimento dell’elio e fu, con Niels Bohr ed Enrico Fermi, uno dei pionieri della fissione nucleare, partecipando a Los Alamos allo sviluppo della bomba atomica col progetto Manhattan. Successivamente partecipò al progetto Matterhorn B sulla bomba all’idrogeno. Negli anni sessanta formulò la “geometro-dinamica”, un programma fisico che doveva descrivere la gravità e l’elettromagnetismo come effetti della geometria dello spazio-tempo. Dette inoltre importanti contributi allo studio dei buchi neri, e fu proprio lui, tra l’altro, a coniare tale termine nel 1967. Fu fra i pionieri degli studi sulla gravità quantistica; in particolare introdusse, assieme a Bryce DeWitt, l’eponima equazione, che determina alcune proprietà generali della funzione d’onda dell’universo. Dal 1938 al 1976 fu professore di fisica alla Princeton University e successivamente alla University of Texas ad Austin.

Nel 1968 il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti d’America gli riconobbe il Premio Enrico Fermi. Nel 1997 ricevette il premio Wolf per la fisica e nel 1999 gli fu dedicato un asteroide (il 31555 Wheeler). Ebbe come studenti Richard Feynman, Hugh Everett III, Kip Thorne e James Hartle. Negli anni ’50 collaborò con Tullio Regge in importanti studi di relatività generale, in particolare sulla stabilità della soluzione di Karl Schwarzschild. ( fonte wikipedia )

11Massimo Teodorani. Bohm, La fisica dell’infinto p. 33.

12Bell, John Stewart. – Fisico nordirlandese (Belfast 1928 – Ginevra 1990); membro permanente del gruppo teorico del CERN dal 1960. Ha fornito importanti contributi alla teoria quantistica dei campi; è noto soprattutto per avere proposto le disuguaglianze (disuguaglianze di B.), che devono essere soddisfatte se si suppongono valide le proprietà di località nelle teorie con variabili nascoste. ( fonte www. Treccani.it )

13www.associazioneaspis.net/paradigma-olografico-vol-iii/

14 Massimo Teodorani. Bohm.La fisica dell’infinito. Macro Edizioni 2006. p.35

15 W.Tittel, J.Brendel, B.Gisin, T. Herzog, H.Zbinden and N.Gisin ( Univ. Varie ) Experimental demonstration of quantum correlation over more than 10 km.

16 David Bohm, The undivided universe, an ontological interpretation of quantum theory. Rutledge Ed. p.372, p. 397, p.403.

17 Menas Kafatos e Robert Nadeau. The non-local Universe.Oxford Pubblication Cit. in www.openscience.org

18 J.Swalonik Ph.D. A holographic view of reality. 1993. www.statpac.org

19 www.symmetrymagazine.org/article/april-2014/searching-for-the-holographic-universe

20 Silas R.Beane, Zoureh Davoudi, Martin J. Savage. ( univ. varie ) Constraints on the universe as a numerical simulation.

21 Massimo Teodorani. Entanglement.Macro Edizioni 2007. p. 53

22Fisico, matematico e cosmologo inglese (Colchester, Essex, 1931). Docente all’Università di Oxford, ha collaborato con S. Hawking e ha condotto ricerche sui buchi neri che, originati dal collasso di grosse stelle fino a densità infinita, ha ritenute essere perfettamente sferici. Inoltre ha elaborato un particolare grafico, detto diagramma di Penrose, che rappresenta le regioni dello spazio-tempo che circondano un buco nero, visualizzando così gli effetti della gravità su un corpo che si avvicini al buco nero. A partire dal 1989 Penrose, ha trasferito i suoi interessi di ricercatore sull’intelligenza artificiale e sulle dinamiche dei processi cognitivi. ( fonte www.sapere.it )

23 Micheal Talbot, Tutto è uno. Conversazione privata con David Bohm. Urra Ed. 1997. p.57.

24 Massimo Teodorani. Bohm.La fisica dell’infinito. Macro Edizioni 2006. p.46.

25 Micheal Talbot. Conversazione privata con David Bohm. Urra Ed. 1997. p.57.

26 Menas Katatos e Robert Nadeau. The non-local universe.