La Fortuna: i simboli che la legano alla nostra vita

da | Ott 18, 2014 | Simbologia

La Fortuna è una delle icone classiche che popola l’immaginario collettivo con spiccata persistenza, forse perché incarna uno dei fattori che determina la vita di noi tutti: la sorte, il caso cieco (e spesso, proprio per questo, ingiusto). Ma, per quanto la dea della fortuna sia conosciuta anche come dea bendata, la benda è solo uno dei tanti simboli – e, probabilmente, anche uno dei meno importanti – che l’hanno caratterizzata nei secoli. Nel seguente articolo esamineremo l’iconografia che ne determina l’identità.

Fu lo storico dell’arte Aby Warburg (1866 – 1929), a dedicarsi al tema con particolare passione, riuscendo a classificare l’iconografia simbolica della Fortuna secondo tre diversi raggruppamenti. Ovvero:

  • la Fortuna con ruota;
  • la Fortuna con ciuffo;
  • e, infine, la Fortuna con vela.

I tre diversi raggruppamenti sono indicativi di tre diversi modi come l’Uomo ha saputo rapportarsi con l’elemento incontrollabile – e spesso spaventoso – del Caso, che agisce in modo apparentemente caotico, dispensando sia fortuna che sciagura, a prescindere dai meriti di chi ne gode o subisce la volontà.

La Fortuna con ruota simboleggia un ruolo subordinato dell’Uomo nei confronti degli avvenimenti esterni. Scrive Warburg: Nella Fortuna con Ruota l’uomo è un oggetto passivo, collocato sulla ruota come un tempo veniva legato l’assassino; in un ribaltamento per lui incomprensibile e imprevedibile, raggiunge dal basso il sommo, per poi ricadere giù in fondo.

Fig.2 La ruota della fortuna, tarocchi di Marsiglia

Incomprensibile e imprevedibile. Queste sono le due parole chiave che bisogna comprendere a fondo se si vuole apprezzare la profondità e l’importanza che questo simbolo ha avuto e ha tutt’ora.

Nei tarocchi, la Fortuna è rappresentata dalla decima (X) carta. Nei tarocchi di Marsiglia (fig.2), tre creature grottesche, dalle sembianze scimmiesche, vengono catturate dal moto ciclico della ruota. Una cade, l’altra arranca. La terza, ovvero la sfinge, sembra invece avere trovato un equilibrio perfetto in cima a essa.

Simile risulta essere l’iconografia della X carta dei più recenti tarocchi di Rider-Waite (fig.3), pubblicati la prima volta nel 1910 per volontà del mistico americano Arthur Edward Waite (1857 – 1942), anche se in questo caso la simbologia in gioco, illustrata dalla sapiente mano di Pamela Colman Smith (1878 – 1951), è molto più complessa.

Paul Foster Case (1884 – 1954), uno dei più importanti esoteristi del secolo passato, nel suo libro Introduzione allo studio del Tarot, scrive:

Intorno alla ruota ci sono quattro lettere dell’alfabeto romano. Da sinistra verso destra, cominciando dal basso, esse sono lo spelling della parola ROTA, il latino per “Ruota”. Partendo dalla T, e leggendo da sinistra verso destra, esse formano TARO. Leggendo da destra verso sinistra, cominciando con la O, esse sono ORAT, tempo presente del verbo latino che significa parlare. Letta nella stessa direzione, cominciando dalla T, la parola è TORA, foneticamente equivalente all’ebraico Torah, la legge. E dalla lettera A leggendo da destra verso sinistra, esse formano ATOR, Hathor, il nome della dea egizia che corrisponde nel Tarot all’Imperatrice. Giacché queste quattro lettere formano una frase completa, nel modo seguente: ROTA TARO ORAT TORA ATOR, che si può tradurre così: LA RUOTA TARO PARLA LA LEGGE DI HATHOR.

Fig.3 Ruota della fortuna, tarocchi Rider-Waite

La X carta ci indica quindi una Legge divina, qualcosa che è al di sopra del volere umano (anche se al contempo parte della sua natura). La ruota gira, cambia, e solo l’asse centrale rimane uguale. La Legge di Hathor è la legge del Tutto, dell’universo, rappresentato nella sua interezza dalle quattro figure astrologiche ai lati della carta: L’Uomo (Aquario), il Toro, il Leone e l’Aquila (lo Scorpione). La carta contiene molti altri spunti simbolici, ma ai fini di questo breve articolo non ci soffermeremo su di essi. Quello che conta è capire come la ruota rappresenti un meccanismo incomprensibile e imprevedibile contro cui è inutile opporsi. Gli eventi scatenati dalla ruota si possono abbracciare; si possono accettare meditando su di essi, ma non si possono in alcun modo controllare.

L’antitesi della Fortuna con ruota, l’antitesi di un atteggiamento passivo in risposta agli accadimenti, è la Fortuna con ciuffo (fig.4). Warburg la descrive così: Nella Fortuna con ciuffo – che ha trovato nell’Occasio del Rinascimento … la sua coniazione, derivante da una rappresentazione antica “Kairòs”, è al contrario l’uomo che cerca di afferrare il destino per il ciuffo e di appropriarsi saldamente della sua testa come preda, come fa il boia con la testa della vittima

Quest’iconografia fu particolarmente cara alla mentalità propositiva del Rinascimento. L’Uomo non è più vittima del Caso, o della volontà di Dio, ma è colui che crea il proprio destino. L’Uomo si ribella.

La ciocca della felicità, scrive Warburg, che discende dal Kairos, come aggiunta alla biologia dei simboli del destino… mostra il cosiddetto uomo moderno nel suo stato di crescente insubordinazione.

Fig.4 Bottega di Andrea Mantegna, Occasio e Paenitentia, 1500-1505

La Fortuna va adesso non più subita, ma inseguita, catturata e sottomessa. Niccolò Macchiavelli (1469 – 1527), in una lettera all’ambasciatore della Repubblica fiorentina Francesco Vettori (1474 – 1539) datata 10 dicembre 1513, scrive: E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuol lasciar fare. E ancora, anche se questa volta all’interno nel suo celeberrimo testo Il Principe: La fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.

La Fortuna con ciuffo si avvicina quindi al concetto di occasione, Occasio, più che non a quella di sciagura, o in ogni modo di forze incontrollabili caratteristiche della ruota.

Sono proprio le parole dello stesso Macchiavelli, però, a definire abbastanza accuratamente la sintesi fra la Fortuna con ruota e la Fortuna con ciuffo. Nel capitolo XXV de Il Principe, il filosofo italiano scrive:

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinanogli alberi e gli edifizii, bevono da questa parte terreno, pongono da quell’altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E benché sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessimo fare provvedimenti, e con ripari e argini, in modo che, crescendo poi, o egli andrebbono per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né sì licenzioso né sì dannoso. Similmente interviene della fortuna; la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle; e quivi volta li sua impeti dove la sa che non sono fatti gli argini e li ripari a tenerla.

E nelle parole di Warburg:

Fig.5 Dettaglio Monte della Sapienza, Pinturicchio, 1505

Ma il primo Rinascimento ha trasformato, in modo tutto suo proprio, la dea con la vela nel simbolo di un uomo che ingaggia una lotta attivo-passiva con il proprio destino. Fortuna sta al centro della nave, come l’albero a cui è fissata la vela spiegata, ed è padrona della nave ma non completamente, perché al timone siede l’uomo e, nel parallelogramma delle forze, quanto meno concorre a determinare la diagonale.

La Fortuna con vela (fig.5) è quindi la via di mezzo, l’Uomo che comprende di non poter controllare interamente la propria vita, ma di poterne comunque decidere – anche se solo in parte – la direzione.

La decisione di Warburg di classificare l’iconografia della Fortuna secondo queste tre disposizioni umane – passivo, attivo, passivo/attivo – non deve essere per forza condivisa. C’è da notare come gli elementi simbolici possano mischiarsi fra loro. La Fortuna con vela, ad esempio, è a volte rappresentata anche col ciuffo, mentre l’imbarcazione – più volte sì che no – è del tutto assente, sostituita dal globo, nonostante la presenza appunto della vela, probabilmente ereditata dalla Isis Pelegea, spesso così raffigurata. Malgrado ciò, uno studio della simbologia della Fortuna può aiutarci a comprendere il rapporto che noi stessi tendiamo ad avere con la vita e gli elementi caotici che a volte ne influenzano (o determinano?) il percorso.

Per approfondire ulteriormente:

Fig.6 Dal libro “L’école et la science jusqu’à la Renaissance”, Firmin-Didot, 1887