Isaia: un caso clipeologico?

da | Apr 22, 2014 | Ufologia

Nell’ambito della complessa casistica ufologica, è tornata di moda, dopo un considerevole periodo di oblio, l’identificazione (più o meno presunta) di fenomeni anomali nell’antichità. Si parla quindi con sempre maggiore frequenza di avvistamenti nei tempi remoti; di teoria del paleocontatto; di teoria degli antichi astronauti. Tuttavia, è emersa, a mio giudizio, un’evidente scarsa qualità nella classificazione generale dei fenomeni a possibile valenza ufologica; classificazione a cui veniva annessa invece (e giustamente) notevole importanza da parte dei Ricercatori degli anni ’60 del secolo scorso. Correttamente infatti andrebbe ancor oggi operata una chiara distinzione fra ufologia e clipeologia.

La distinzione principale fra le due discipline, fondata essenzialmente su criteri cronologici (su cui si può magari discutere, ma che rappresentano un elemento importante, in quanto espressione della cultura e del sistema di credenze delle varie epoche storiche) sembra essere una strada efficace nell’analisi di accadimenti straordinari vissuti dall’uomo. In estrema sintesi, si dovrebbe parlare di “clipeologia” per gli avvistamenti di epoca “classica” e fino alla fine del 1800 (più o meno); di “ufologia”, invece, per gli anni successivi, anche se comunemente il “certificato di nascita” del fenomeno-UFO (e quindi lo spartiacque fra le due discipline sorelle) è considerato il giugno del 1947, dopo il celeberrimo avvistamento di Kenneth Arnold all’altezza del Monte Rainer. Nel 1964 il Centro Studi Clipeologici di Torino iniziava la pubblicazione di una storica rivista denominata “Clypeus“,

(figura 1: il n° 2 della rivista “Clypeus”, 1964)

(figura 1: il n° 2 della rivista “Clypeus”, 1964)

una parola coniata qualche anno prima da Umberto Corazzi. Il nome stesso “clipeologia” deriva dal sostantivo latino “CLIPEUS”, che era un piccolo scudo ovale usato dai Romani; il termine origina, in effetti, dalle opere di Plinio il Vecchio, in cui si racconta di apparizioni inquietanti nei cieli di quei tempi: “scudi infuocati” o clipei ardenti (“clipei ardentes”), travi brillanti o “trabes ignitiae“. Una miniera vera e propria di fatti insoliti nell’ambito dell’Impero Romano, spesso sconfinanti con il più vasto mondo dei fenomeni fortiani, è rappresentato dal “Libro dei Prodigi”, del poco noto e tardo autore latino Giulio Ossequente.

(figura 2: “Il Libro dei Prodigi” nell’edizione curata da Solas Boncompagni, 1976)

(figura 2: “Il Libro dei Prodigi” nell’edizione curata da Solas Boncompagni, 1976)

Edito dalla storica “Corrado Tedeschi Editore”, la stessa Casa che ideò il glorioso “Giornale dei Misteri” nel 1971, rappresenta una completa raccolta di curiosità che vanno dalle statue parlanti, a nascite “miracolose”, ad avvistamenti spesso inspiegabili. Ovviamente, il tutto, come sempre dovrebbe avvenire in ambito clipeologico, dovrebbe essere riguardato anche alla luce delle nostre attuali conoscenze: ad esempio, molti fenomeni aerei riportati da Ossequente (che fu un diligente compilatore, e raccolse molti eventi dai tempi di Romolo fino al tardo Impero) possono oggigiorno essere agevolmente spiegati in termini di meteore/meteoriti, miraggi/Fate Morgana e via discorrendo. Anche di fronte ad una serrata e critica analisi, tuttavia, diversi sono i casi che resistono ad una spiegazione convenzionale. Chiaramente, quanto scritto fin qui vale per ogni cultura e per parecchie delle opere che spesso vengono indicate come “prove” (parola forse un po’ grossa!) o per lo meno indizi della presenza aliena in epoche più o meno remote. In ogni caso, è bene tenere sempre a mente alcune bussole, alcuni importanti indicatori:

1 – in primo luogo, specialmente per quanto riguarda testi profetici afferenti a qualsiasi cultura dell’antichità, è bene ricordare che antropologicamente era prassi comune, per gli sciamani/profeti (chiamiamoli così, in maniera MOLTO generica, per comodità), ottenere visioni sia attraverso l’uso di sostanze psicotrope (tipico l’esempio della psilocibina), sia attraverso l’induzione di ipossia cerebrale a mezzo di un vero e proprio affumicamento. Chiunque abbia letto “Il mondo magico” del compianto etnopsichiatra Ernesto De Martino

(figura 3: la copertina dello storico libro di De Martino)

(figura 3: la copertina dello storico libro di De Martino)

sa che vi sono riportati numerosissimi casi, ampiamente e rigorosamente documentati, sull’uso di questi mezzi per ottenere visioni (spesso di estrema valenza paranormale); un altro grande pioniere sperimentale sul tema, i cui studi sono ugualmente rigorosi e documentati, è Stanislav Grof. Un altro modo utilizzato per il possibile contatto con realtà “altre” è il prolungato digiuno, o comunque una dieta rigida e largamente ipocalorica. Del tutto tipica, in tal caso, l’alimentazione (o la non-alimentazione) di Giovanni Battista e di Gesù nel deserto;

2 – in secondo luogo, noi stessi oggi abbiamo migliaia e migliaia di libri di FANTASCIENZA. Fatta risalire comunemente ai libri di Verne, essa ha in realtà radici antichissime, al punto che potremmo quasi riguardarla come un vero e proprio archetipo, inserito in autentici capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo. Basti pensare al famoso viaggio di Astolfo sulla Luna per recuperare il senno di Orlando, immortalato dall’Ariosto nell’ “Orlando Furioso”; oppure al naufragio che conduce Luciano di Samosata sul nostro satellite, e così via. Non sfugge a questa possibilità (cioè, che si tratti di opera dell’ingegno e della immaginazione fantastica dell’Uomo) nemmeno la letteratura indiana spesso indicata da entusiasti clipeologi/ufologi come uno degli indizi più importanti delle visite degli extraterrestri sul nostro pianeta in epoche preistoriche o protostoriche: mi riferisco ai celeberrimi Mahābhārata e Rāmāyana, con i loro fantasmagorici Vimana

(figura 4: un Vimana in una suggestiva ricostruzione)

(figura 4: un Vimana in una suggestiva ricostruzione)

e le loro impressionanti battaglie nei nostri cieli. Letteratura di genere, dunque? Nessuno può dirlo con certezza apodittica, ovviamente; ma è una eventualità da tenere presente;

3 – infine (anche se le “obiezioni”, diciamo così, potrebbero essere più numerose), non dobbiamo dimenticare il caposaldo rappresentato dagli studi rigorosi e ponderosi condotti dai compianti Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend. Nel loro famosissimo “Il mulino di Amleto – Saggio sul mito e sulla struttura del tempo

(figura 5: il fondamentale saggio di de Santillana e von Dechend)

(figura 5: il fondamentale saggio di de Santillana e von
Dechend)

i due studiosi del MIT caldeggiano l’ipotesi, che suffragano con centinaia di esempi, secondo cui gran parte dei miti, dei racconti e delle leggende dei popoli del mondo riecheggiano, in realtà, l’approfondita conoscenza (sbalorditiva, secondo i nostri criteri: come facevano individui nella più remota antichità ad aver acquisito certe cognizioni così avanzate?) dei fenomeni precessionali. Ed è questo, in effetti, che in forma più o meno altamente simbolica potrebbe emergere da resoconti apparentemente clipeo/ufologici. Tuttavia, se non è tutto oro quello che luccica, va sottolineato che allo stesso modo non tutto è volgare pirite… Come si sa, va molto di moda ultimamente l’interpretazione clipeologica di numerosi passi della Bibbia, sulla scorta, il più delle volte, di un’impostazione ideologica, gravata da traduzioni quanto meno “disinvolte”. I passi riportati per giustificare certe idee più o meno bislacche, però, sono – chissà perché?- quasi sempre gli stessi, triti e ritriti. Si parla della nube (di giorno) e della colonna di fuoco (di notte) che guidò gli Ebrei durante l’Esodo; del fenomeno del “roveto che ardeva e non si consumava” nel deserto, apparso a Mosè in territorio madianita; del rapimento al Cielo di Elia; della famosa “visione” di Ezechiele.

(figura 6: una nota ricostruzione classica della visione di Ezechiele)

(figura 6: una nota ricostruzione classica della visione di Ezechiele)

Eppure, se dal punto di vista del Credente tutti questi fenomeni possiedono una valenza telogica e teofanica, forse la loro valenza clipeologica non è così fondata come si tende a credere. Per esempio, proprio il caso di Ezechiele potrebbe rappresentare una visione effettivamente indotta da numerose alterazioni metaboliche (a carattere sia tossico che fisiopatologico) a causa della clamorosa confusione con cui il protagonista la racconta. Insomma, la vaghezza confusa del resoconto, anziché rafforzare l’idea di uno strano incontro, a mio giudizio rischia di inficiarne la validità, in quanto può essere l’espressione di uno stato mentale alterato. Ad esempio, ricorda da vicino i fenomeni osservabili in corso di epilessia del lobo temporale. Quello che mi pare strano, piuttosto, è come mai tanti presunti cultori delle fascinose “eresie bibliche”, sedicenti conoscitori del Sacro Libro non accennino mai (almeno per quel che ne so!) ad un passo molto significativo di Isaia. Molto significativo per due motivi: intanto, appare in effetti come un possibile resoconto di un incontro ravvicinato; poi, sembra contenere un curioso richiamo all’egizia cerimonia di apertura della bocca, riportata proprio nell’ambito del racconto. Ecco il passo, traslato pari pari dalla Bibbia (corsivi, grassetti e sottolineature sono miei):

Isaia 6
1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.
2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava.
3 Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria».
4 Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo.
5 E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti».
6 Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.
7 Egli mi toccò la bocca e mi disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato».
8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!»”

Cosa succede qui? La “visione” (oppure un vero avvistamento?) è facilmente databile: “Nell’anno in cui morì il re Ozia” corrisponde inequivocabilmente al 742 o al 740 a.C. (v., ad esempio, J. Bright, “Storia dell’Antico Israele“, Newton Compton); in più, può essere agevolmente divisa in due aspetti. Il primo è l’avvistamento (anche qui, per comodità) vero e proprio: sembra quasi di immaginare un’astronave-madre scortata da astronavi più piccole (“Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali”), oppure da congegni atti al sostentamento della presunta astronave (“con due [ali] si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava”). Appare chiaro che il fenomeno, evidentemente aereo, produceva un forte suono, verosimilmente a bassa frequenza, tale da far vibrare gli stipiti; inoltre, un motore (!?) emetteva fumo. E fin qui, “quasi” normale: una descrizione, oserei dire “classica” per un “primitivo” (secondo i canoni moderni, ovviamente! “Absit iniuria verbis”!), di un avvistamento, raccontato con la terminologia e gli strumenti linguistici dell’epoca. Quello che però è ancora più impressionante è, secondo me, la seconda parte. Quella, cioè, in cui la bocca del Profeta viene toccata da un “essere” con un “carbone ardente” prelevato “con le molle dall’altare”. Non sembra di rivedere la cerimonia dell’apertura della bocca, con tutto il suo possibile significato “reminiscente”? Se facciamo lavorare la fantasia (ma nemmeno tanto, in verità…), è facile vedere una qualche tecnica medica nel porre il “carbone” sulla bocca di Isaia, il quale sicuramente avrà compreso ben poco di quanto avveniva: una “astronave” identificata con il Signore che si presenta “sbuffante e strepitante”, e poi un essere misterioso che armeggia con il suo corpo… In conclusione, more solito non è possibile esprimere giudizi tranchant e certi su questo racconto. Tuttavia, a me sembra che, ben più di tante altre storie più famose, questo “resoconto” sia particolarmente importante. Anche perché mancano elementi che possano rendere valide le obiezioni che ho riportato più sopra a proposito di altri racconti, ed anche (ma non solo) per la precisa collocazione storica del fenomeno. Forse l’unico caso nell’antichità in cui ciò avviene con tanta accuratezza. Un fatto, quindi, su cui meditare, e da approfondire. Una rondine non fa primavera, e le speculazioni non fanno una teoria; ma se pensiamo ai flap del giorno d’oggi sarebbe stimolante verificare se anche da qualche altra parte, nel medesimo periodo, si siano riscontrati “avvistamenti” analoghi.

© 2013-2014 dr. Fabio Marino per ASPIS™®