In mezzo al guado – “Man in the Middle”

da | Ago 25, 2015 | Antiche civiltà

Ho usato questa metafora moltissime volte con i Colleghi e Amici di ASPIS, passati e presenti. Una metafora che si riallaccia direttamente ad un succoso post di Pier Giorgio Lepori all’interno del gruppo-Facebook della nostra Associazione.

Da quando mi sono imbarcato in questa entusiasmante avventura, infatti, mi sento proprio preso in mezzo. Davanti il fuoco nemico, quello di un’ortodossia che tenta di arginare con ogni mezzo l’assalto al fortino del paradigma scientifico imperante (per usare i termini forgiati da Kuhn); alle spalle il fuoco che dovrebbe essere “amico”, sparato a tradimento da coloro che dovrebbero appoggiare le idee eterodosse e che contrastano, documentatamente, con la cultura mainstream. Insomma, alla faccia del vecchio aforisma “In medio stat virtus“, prendo proiettili da tutte le parti…

Il problema, a dire il vero -ed è centrale per capire lo spirito, dichiarato, che anima ASPIS e che ne ha prodotto, ormai due anni fa, la nascita-, sembra essere che, nel corso di questo duro conflitto ideologico e ideale fra conservatori e rinnovatori, lo scontro si sta estremizzando e radicalizzando.

Da una parte gli imbonitori in stile CICAP, i “deridenti” a volte ottusi; dall’altra, come l’Amico Enrico Travaini ricorda certamente, i “sento di credo”, i “credulones”, i bisognosi di novità a tutti i costi. La mia opinione degli uni e degli altri è la medesima: si tratta di avversari da sconfiggere con la forza delle Idee e della Ricerca aperta, entrambi i gruppi umani rappresentano opposti estremismi assai pericolosi per l’avanzamento della conoscenza.

La cosa divertente (ça va sans dire…) è che se scrivo qualcosa nei gruppi o nei luoghi-web dei cicappini, se mi va bene vengo deriso, emarginato, additato al pubblico ludibrio, con contorno di frizzi e lazzi; meglio in ogni caso della rigida ironia, spesso sfociante nell’insulto vero e proprio, delle accuse di ottusità e cortesi amenità di questa fatta (esplicite o sottintese) che riesco a collezionare nei contesti “credulones”.

Bisognerebbe capire, una volta per sempre, che non si possono utilizzare i classici due pesi e due misure, adottando ciò che ci conviene e respingendo ciò che ci urta. Vorrei fare un paio di esempi, tratti da due settori “storici” dei miei interessi alternativi, sperando di migliorare la comprensione di quello che sto cercando di esprimere.

La visione classica dell’Egittologia sostiene che la Piana di al-Jizah corrisponde ad una serie di progetti funebri individuali, e che i monumenti colà presenti sono stati costruiti da una grandissima Civiltà, appartenente all’Età del Bronzo: quella egizia. Dalla parte opposta si sostiene che questo concetto non può che essere sbagliato, perché gli Egizi non avrebbero mai potuto erigere quegli edifici; molti sono quelli che ipotizzano tecnologie atlantidee o similari. Volutamente in questa sede evito di citare talune conclusioni neo-egittologiche, in quanto oggetto di una disamina approfondita altrove (Numero 26, articolo “Gli errori di Orione“). Bene: gli uni e gli altri, a mio sommesso avviso, peccano di cecità intellettuale e di pregiudizio, aggravato dalla feroce determinazione a demonizzare chi la pensi diversamente. Vediamo un po’: sebbene l’archeologia classica non possa essere, in senso strettamente popperiano, considerata una scienza, adotta comunque impostazione, mezzi e tecnologie sicuramente scientifiche. E allora dovrebbe essere in grado di dimostrare sperimentalmente che gli Egizi del 2.500 a.C. erano in grado di edificare le Piramidi di Dashur e al-Jizah, nonché, nei ritagli di tempo…, di scolpire la Sfinge. Con le conoscenze e gli strumenti dell’epoca. Può farlo? Sembra di no: a parte il fatto che esistono molte ipotesi discordanti (parlare di teorie mi sembra francamente eccessivo; non le cito perché in rete è possibile trovare molto materiale, anche se mi sembra corretto segnalare il testo dell’Eterodosso fra gli Eterodossi, Mario Pincherle) in merito alle modalità adottate dagli antichi costruttori, credo che l’esito infelice del Progetto NOVA (come ricordato da Ian Lawton e Chris Ogilvie-Herald, “Il codice di Giza“) debba indurre a un onesto ripensamento chi si abbarbica alla visione classica di Lehner e compagnia cantante. Questo significa che ha ragione chi crede ad interventi di altra natura, oppure si affida pervicacemente alla storia dell’eredità atlantidea? Nemmeno per sogno: costoro condividono con i loro acerrimi avversari il medesimo atteggiamento fideistico. Prove nisba, insomma, e a ben vedere pochi indizi, per giunta altamente dubbi, quando non addirittura artefatti, come i famigerati elicotteri di Denderah. Ah, spesso ci si dimentica di ricordare che questo tempio è di età tolemaica, risalente in pratica a ieri pomeriggio: se fossero esistiti mezzi aerei a quei tempi, ci sono qualche dozzina di grandi Imperi che ne avrebbero conosciuto la tecnologia, il che non risulta proprio…

Prendiamo ora il caso del Paranormale. Vorrei analizzare brevemente una casistica che conosco bene, avendola studiata per oltre 35 anni. Il fenomeno della psicofonia (voci paranormali) è paradigmatico per illustrare la pochezza delle argomentazioni dei due fronti eternamente contrapposti. Da un lato, i “cicappini” sostengono incondizionatamente, rejectis contrariis, l’ipotesi di illusioni psicoacustiche se non -peggio!- di frodi belle e buone, velatamente o no. Dall’altro i metafonisti non prendono minimamente in considerazione un’idea diversa da quella secondo cui i nostri Cari defunti ci possono parlare dall’Aldilà e lo fanno effettivamente. Non so se sembrerà strano, ma personalmente vengo preso regolarmente a pesci in faccia dagli scientisti se solo ipotizzo la possibilità dell’esistenza del fenomeno (in questo confortato dagli studi rigorosi di Carlo Trajna -questo è uno studio su un argomento specifico, mentre questo è il suo irrinunciabile libro– oltre che dalla mia esperienza, per quanto prudente), mentre ho subito pesanti insulti e minacce da parte dei bravi spiritualisti. Sono stato attaccato con inusitata violenza, perché mi permettevo di oltraggiare (parole pressoché testuali) povere persone che traevano dalle loro esperienze una consolazione per lutti gravissimi. Non scherzo: altro che “Conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi” (Gv 8, 32)! Secondo certi guru dell’illusione e dell’inganno, far notare che non di voci paranormali si trattava, ma di trasmissioni amatoriali in Banda Laterale (SSB) significava offendere la sensibilità ferita di tante persone…

In entrambe le circostanze di esempio, c’è o no una “terza via”? Sì, c’è, si chiama “eterodossia” e non è una disciplina, non si impara a scuola: è uno stato della mente e del pensiero. Il Lettore attento ricorderà senz’altro la parafrasi dell’aforisma di Szent-Gyorgy: “L’eterodosso è colui che vede ciò che tutti quanti hanno visto, e pensa ciò che nessun altro ha pensato“. Significa analizzare crudamente i fatti; mettere da parte, per quanto doloroso possa essere, le proprie opinioni e raccogliere i dati: da questi, generare qualcosa di diverso, ma credibile. Il metodo scientifico non è da buttare! Si possono, si devono discutere certe conclusioni cosiddette scientifiche, ma il dato di realtà non può essere ignorato. A meno di non volersi immergere in una dimensione psicotica del pensiero, naturalmente.

Le piramidi egizie: i “classicisti” dimostrino che possono essere erette, avendo le stesse caratteristiche, attraverso i metodi degli Egizi e la tecnologia del III millennio a.C., accollandosi l’onere della prova e la partita è chiusa. Gli “eretici” ci portino l’equivalente di un laser o di un sistema antigravitazionale antidiluviano, e la discussione finisce. Per parte mia (vorrei dire “nostra”), mi accontento di analizzare, evidenziandole, le discrasie dei sistemi di pensiero che vanno per la maggiore. Segnalo, per quel che posso, indizi, ma mi guardo bene dall’esprimere un parere personale. Non per comodità, ma -se mi è consentito- per serietà. Quello che io penso non ha alcun valore ai fini della Ricerca; quello che cerco di suggerire potrebbe averne. Ma non è colpa mia se la suggestione dell’Haou Nebout (per dirne una) non porta all’automatica identificazione con la mitica (e quasi insopportabile…) Atlantide di tanti ciarlatani!

Il fenomeno delle voci: gli scettici dimostrino che “semplicemente non esistono”, potendo dimostrare l’inconsistenza di migliaia di identificazioni e di fenomeni acustici anomali da Jürgenson e Raudive in poi, e saremo tutti contenti di sapere che l’invalicabile diaframma è ancora integro. Gli integralisti del pietismo producano una singola prova definitiva e inconfutabile che le “voci” sono paranormali e per giunta provengono dall’Aldilà, e avremo un’Umanità che avrà risolto il Problema dei Problemi. Io mi limito a cercare di provare la genuina esistenza di un fenomeno che è almeno in parte oggettivo e oggettivabile, ripetibile in condizioni sperimentali controllate. Se non vi dispiace, se poi io credo nel Mondo dei Più è solo affar mio, ma del tutto insignificante sotto il profilo di una Ricerca seria.

Nel frattempo, mentre Lorsignori meditano, io mi rimetto l’elmetto e mi scavo una trincea. Meglio stare in campana…

dr. Fabio Marino per ASPIS