Gli errori di Orione – Parte II

da | Ott 1, 2016 | Archeologia

Articolo originariamente pubblicato su “Tracce d’eternità” n° 27

Nella prima parte di questo articolo ho cercato di evidenziare i principali motivi per cui la TCO, così come espressa da Bauval & c., non sembra affatto affidabile, in termini di descrizione della realtà della piana di al-Jizah. Naturalmente, le obiezioni che ho posto in quella sede non sono state le uniche: come ho rilevato, già da anni la Comunità astronomica -e segnatamente Fairall e Krupp– hanno avuto modo di stigmatizzare le conclusioni dell’ingegnere belga. Quest’ultimo ha ovviamente replicato, con argomentazioni che appaiono sinceramente sconcertanti.

Il succo della risposta, alquanto piccata, di Bauval è sostanzialmente il seguente: la convenzione degli Egizi era di indicare quale punto cardinale prevalente il Sud (quella moderna è invece “settentriofila”), per cui è assolutamente normale che l’orientamento delle tre piramidi (allineate con la Cintura di Orione nel 10.500 a.C.) sia quello osservato al suolo. Questa posizione del belga è ripetuta parecchie volte, per esempio nelle appendici “The ‘Paradigm Police’ and the upside down worldview of an authoritative skeptic”, da cui è tratta la figura 1:

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Figura 1 – Il disegno “naturale” della costellazione di Orione, secondo Bauval

e in “THE ORION CORRELATION THEORY (OCT): IS IT REALLY ‘UPSIDE DOWN’? IS IT FALSIFIABLE?”, per un totale di quasi cinquanta pagine in cui l’Autore si affida a testimonianze, asserzioni et similia di numerose personalità
anche assai qualificate in campo astronomico, per dimostrare che le obiezioni della quasi totalità della Comunità astronomica internazionale sono sbagliate.

Naturalmente, lui avrebbe ragione, e queste critiche alle sue conclusioni sarebbero ispirate più o meno direttamente dalla CSICOP (l’organizzazione scettica statunitense, di cui il nostrano CICAP è emanazione). In quest’ambito, l’attento Lettore Giancarlo Longhi (che ringrazio davvero molto!) ha tratto esattamente le medesime deduzioni, e nel corso di un cortese e proficuo scambio di opinioni ha realizzato questo disegno, che confermerebbe la correttezza  dell’interpretazione di Bauval (figura 2).

Ecco le pur intelligenti osservazioni dell’attento fruitore di “Tracce d’Eternità”:

Figura 2 – La “naturale” disposizione delle piramidi secondo il nostro Lettore

Figura 2 – La “naturale” disposizione delle piramidi secondo il nostro Lettore

“Non capisco dove sia l’errore. Partiamo dal presupposto, ok, che i software per retrodare le mappe stellari non siano precisissimi … anche se, quelli attuali, non credo che abbiano margini di errore forti. Se considera che i moti apparenti delle stelle sono perfettamente ciclici, elaborare un software su questa base non credo sia così impegnativo … In ogni caso, usando stellarium, che credo sia un ottimo software, e retrodatando il cielo sopra Giza al 10500 AC, all’alba del 21 giugno, le tre stelle della cintura di orione spariscono posizionate ESATTAMENTE a sud, con azimut di poco più di 10* … la disposizione della piana di Giza, messa in foto da Bauval, è si, ruotata, ma proprio di 180° ossia orientata verso sud. Insomma, chi in quella data si fosse orientato verso sud avrebbe visto le tre stelle esattamente in quella posizione. Anche l’inclinazione della retta Cheope-Chefren è identica a quella di Alnitak Alnilam … Mi aiuti a capire se sbaglio io! … secondo quanto vedo da monitor non esiste nessuna riflessione/rotazione o forzatura …

La direzione scelta dagli egizi per orientare la triade è stata proprio sud in quanto orione compariva esattamente

Figura 3 – Orizzonte Sud a al-Jizah – 21/06/-10.508 (poco prima dell'alba)

Figura 3 – Orizzonte Sud a al-Jizah – 21/06/-10.508 (poco prima dell’alba)

a sud. Per quello la foto dall’alto va ruotata di 180 gradi … Mintaka non è la più settentrionale ma quella piu in alto! Se sono rivolto a sud mintaka è quella piu a sud … se verso sud vedo più in basso alnitak prima segno lei, poi se vedo a metà alnilam metto lei poco dopo quindi spostandomi verso sud e poi vendo mintaka ancora più in avanti e spostata un pochino a sinistra …

L’azimut è basso se l’azimut fosse stato alto potrei capire ma in questo caso le stelle sono appena sopra l’orizzonte, 11 gradi circa … secondo me uno spettatore di quel cielo (NdA: e anche secondo Bauval & c., molto evidentemente!) avrebbe riportato esattamente le stelle come sono le piramidi … infatti hanno orientato verso sud il tutto, la costellazione era bassa verso sud, quindi io oriento giza verso sud e la stella più alta è quella più lontana verso sud, e quindi Micerino (NdA: la Terza Piramide) la metto più su di tutte … (Mintaka) è la stella più in alto del cielo visto da sud .. (In conclusione) io ritengo che se il ragionamento sul moto precessionale a ritroso fosse vero (ed è quasi impossibile ma lascio un barlume di possibilità) e se davvero gli egizi fossero stati in grado di intuire quale fosse la posizione di Orione nel cielo del 21 Giugno di 12500 anni fa, essendo la costellazione perfettamente orientata verso sud e volendola riprodurre così in cielo così in terra avrebbero fatto come nel disegno. perchè è la cosa più semplice”.

In aggiunta a quella precedente, Giancarlo allega a questo ragionamento -che è in sintesi e in parole comprensibili, senza gli orpelli filoscientifici, esattamente quello di Bauval- altre due figure (figg. 3-4).

Figura 4 – Piramidi di al-Jizah (fonte: Google Earth)

Figura 4 – Piramidi di al-Jizah (fonte: Google Earth)

Apparentemente, dunque, abbiamo di nuovo la “perfetta corrispondenza” reclamata da Robert Bauval. Tuttavia, come è facile verificare (ho anche cerchiato di rosso l’orientamento…), abbiamo di nuovo che il Nord è IN BASSO, e che la presunta corrispondenza si ottiene SOLO ED ESCLUSIVAMENTE con i contorsionismi già esaminati nella prima parte.

I fautori della TCO –e non mi riferisco qui all’Amico/Collega Giancarlo-, quindi, hanno evidentemente avuto buon gioco nel confondere le acque attraverso il sistema del “problema Nord-Sud”. Ora, è verissimo che il Sud era, fin dal Predinastico, una direzione particolare per gli Egizi (tant’è che praticamente tutte le sepolture rinvenute erano con la testa in direzione Sud e il capo volto ad Ovest -la regione della morte); ma è altrettanto vero che i Kemiti erano assolutamente in grado di distinguere i punti cardinali, anche in cielo. Prova ne siano le ripetute descrizioni dei territori delle Stelle Imperiture (l’area intorno al Polo Nord celeste), nonché le precise localizzazioni delle loro (poche) costellazioni boreali, che, seppur diverse dalle nostre, inequivocabilmente erano collocate a Nord.

Si aggiungano le sbalorditive capacità di allineamento dimostrate con la Grande Piramide, i suoi condotti (secondo quanto afferma lo stesso Bauval: altra asserzione che discuteremo successivamente) e con la Sfinge, e sarà immediatamente chiaro che è difficile e quanto meno poco corretto piegare le possibili conoscenze astronomiche degli Egizi alla TCO. In altri termini, non si può argomentare che i Figli del Nilo orientavano templi, piramidi e quant’altro secondo palesi assi Nord-Sud secondo una convenzione diciamo “pre-moderna”, e poi utilizzavano altri sistemi di riferimento in relazione alla piana di al-Jizah. Insomma, come ho scritto al mio attento Interlocutore:

“Il punto non è tanto l’affidabilità dei software (il produttore di Stellarium cmq ne garantisce la attendibilità solo nel periodo +- 3.000 da oggi), quanto la disposizione sul terreno, che è completamente invertita. Bauval si difende, perché secondo lui la rappresentazione è relativa al Sud. Il che non è accettabile, in relazione a un popolo perfettamente in grado di orientare correttamente i propri monumenti. A questo si devono aggiungere le osservazioni (che io riporto nell’articolo) di Krupp e Fairall. Quest’ultimo precisa di aver usato un software specifico, in cui il famoso angolo di 38 gradi è in realtà pari a quasi 47. Questa osservazione mi sembra molto difficile da superare, come pure quella dell’orientamento al suolo delle piramidi. La convenzione Nord o Sud non è importante.

Quello che importa è che, ripeto, gli Egizi erano in grado di riportare sul terreno quanto vedevano in cielo senza commettere errori. La assonometria era loro ben nota, e non credo che avrebbero sbagliato in una maniera così grossolana. Un altro aspetto da considerare è che i moti delle stelle sono in parte ripetibili. Così non è per precessione e nutazione, che potrebbero comportare errori anche importanti nelle simulazioni. Gli egizi erano esperti di agrimensura e allineamenti: come mai stavolta avrebbero cambiato modalità di rappresentazione?” Già: come mai? Come ho avuto modo di citare Krupp nella prima parte: “Anche se un appassionato della TCO potrebbe sostenere che l’inversione non è affatto significativa, o che gli egiziani deliberatamente capovolsero la  costellazione per motivi arcani noti solo a loro, queste argomentazioni non funzionano”.

E per quanto riguarda le proporzioni? Abbiamo prove chiarissime che -a quanto pare- gli Egizi erano assolutamente in grado di rappresentare correttamente le medesime. Basti pensare alla pressoché certa conoscenza da parte loro del π e del phi, per capire che mai avrebbero potuto sbagliare le proporzioni oppure invertire le magnitudini di due stelle (è il caso, come detto, delle due piramidi principali). In ogni caso, l’unico accenno artistico nella vastissima produzione degli Egizi che con quasi assoluta sicurezza può rappresentare la Cintura di Orione è un dipinto nella famosa tomba di Senmut (fig. 5). Addirittura, la figura a losanga immediatamente a destra delle tre stelle viene da qualcuno interpretata come la prima raffigurazione nota della Grande Nebulosa di Orione, sita -come già accennato- nella Spada.

Figura 5 – Soffitto della tomba di Senmut (XVIII dinastia - dettaglio)

Figura 5 – Soffitto della tomba di Senmut (XVIII dinastia – dettaglio)

Molti studi sono stati condotti, con software più o meno commerciali, per cercare di identificare le stelle rappresentate (e conseguentemente l’epoca ritratta), con risultati fortemente discordanti, il che ci riporta alle considerazioni sulla affidabilità dei programmi nella datazione di periodi molto remoti. La stessa “losanga” viene da altri interpretata (forse più correttamente) come la raffigurazione di una cometa.

Quello che però interessa questo lavoro è la facile osservazione che gli Egizi del Nuovo Regno non erano (più?) in grado di rappresentare correttamente un asterisma semplice come la Cintura, almeno in pittura. Il grado di non-somiglianza è tale, che anche l’ipotesi, pur plausibile, di una progressiva degenerazione della cultura e delle capacità egizie sembra assolutamente improponibile.

Tuttavia, esiste la possibilità di dimostrare, per via solamente astronomica e basandosi sulla nostra attuale conoscenza dell’astrofisica e dell’evoluzione stellare -nonché del fenomeno del moto proprio delle stelle- che almeno le Tre Piramidi (se non anche il complesso di Dahshur) rappresentano davvero la Cintura di Orione.

Se ne è occupato particolarmente Vincenzo Orofino, Professore associato di Astrofisica, Fisica spaziale e Planetologia presso l’Università del Salento. Precisiamo immediatamente: nel suo articolo pubblicato solo in formato elettronico su Arxiv (“A quantitative astronomical analysis of the Orion Correlation Theory”, 28/09/2011, ultima revisione del 25/06/2014), Orofino è chiarissimo in relazione all’assenza di qualsiasi, seppur remota, possibilità di un “piano generale” volto a fare dell’Egitto tutto uno “specchio del Cielo”. L’idea di Bauval e Gilbert del 1994, dunque, viene ritenuta completamente implausibile:

“Il problema delle diverse inclinazioni degli assi delle piramidi e della Cintura di Orione rispetto alla corrispondente direzione Nord-Sud (terrestre, nel primo caso, celeste nel secondo) è una questione importante (omissis). Qui è importante notare che un altro test è stato condotto al fine di trovare intorno a Giza altri esempi di 6 piramidi situate in modo tale da riprodurre sul terreno la posizione di altre stelle, oltre a quelle della Cintura di Orione. In particolare la stessa mappa stellare precedentemente utilizzata ma estesa fino a 40° intorno alla Cintura di Orione (per includere diverse stelle luminose di Orione e di altre costellazioni) è stata sovrapposta a una mappa dei siti piramidali; poi, il grafico è stato riscalato e ruotato (NdA: a quanto pare, un processo SEMPRE ineludibile…) fino a quando le stelle della Cintura di Orione non sono state allineate esattamente con le tre piramidi di Giza.

A questo punto si sono cercate altre coincidenze stella-piramide. Questa ricerca è completamente fallita: a parte le stelle della Cintura di Orione e le piramidi di Giza, non esiste altra corrispondenza tra le stelle e le piramidi né in Orione, né in altre costellazioni; in particolare, Saiph è distante oltre 22° dal punto celeste (NdA: presuntamente) corrispondente alla piramide di Abu Roash, mentre Bellatrix è lontana circa 12° dal punto celeste corrispondente alla piramide Zawiyet el-Aryan. In altre parole, contrariamente a quanto riportato da Bauval e Gilbert (1994), la corrispondenza fra  stelle e piramidi è del tutto insoddisfacente, se non limitata al caso Cintura di Orione/Piramidi di Giza (NdA: in tutto l’estratto, i grassetti sono miei)” (pp. 5-6, op. cit.).

Il prof. Orofino, in una pubblicazione coeva sempre su Arxiv (“Stato evolutivo delle stelle della Cintura di Orione ed implicazioni archeoastronomiche”, 28/09/2011) entra nel merito non già della TCO (limitata o no alla piana di al-Jizah), ma esamina i caratteri astrofisici delle tre stelle della Cintura, per verificare se le presunte osservazioni egizie con la conseguente presunta rappresentazione al suolo siano compatibili con quanto si conosce del terzetto celeste. Senza entrare nel merito di un eccellente lavoro, troppo specialistico ai fii di questo articolo, possiamo riassumerlo come segue: stabilito che le posizioni dei tre astri non sono cambiate nelle ultime decine di migliaia di anni (cioè, si tratta di stelle dal bassissimo o nullo moto proprio), Orofino dimostra che i modelli evolutivi dei corpi celesti sono assolutamente compatibili con stelle di un’età compresa fra i 3.9 milioni di anni di Alnitak e Mintaka e i 4.8 milioni di anni di Alnilam.

Si tratta dunque di giganti blu, avendo una massa compresa fra le 30 e le 40 masse solari, in una fase molto stabile della propria evoluzione, e molto giovani, come era lecito attendersi da stelle poste in stretta vicinanza con l’Associazione di Orione, vera fucina stellare di formazioni recenti e ancora in atto. Sembrerebbe quindi che, almeno sotto questo aspetto, l’ipotesi di Bauval sia ben corroborata. Tuttavia, il prof. Orofino mostra, correttamente, di rendersi conto dell’importanza capitale della sua conclusione:

“È importante sottolineare il fatto che l’ipotesi sottoposta ad esame in questo lavoro, ossia che la magnitudine delle tre stelle della Cintura di Orione si sia mantenuta costante nei 5000 anni che ci separano dalla costruzione delle piramidi, non è affatto ovvia come si potrebbe pensare prendendo ad esempio l’evoluzione di stelle come il Sole. In effetti, in base ai modelli tradizionali, se Alnilam avesse soltanto 8000 anni in più rispetto alla sua età reale (un’inezia su scala astronomica), allora la sua magnitudine attuale sarebbe sostanzialmente diversa da quella all’epoca delle piramidi e la correlazione trovata da Orofino (2011) a quel tempo non sarebbe stata verificata (NdA: i grassetti sono miei)”.

Cosa significa in parole povere tutto questo? Molto semplice: la correlazione ipotizzata da Orofino, che “giustifica” quanto osservato sul terreno rispetto alla Cintura, regge solo nel caso in cui:

1 – la luminosità delle stelle in oggetto non siano variate apprezzabilmente negli ultimi 5-6.000 anni;

2 – le nostre attuali conoscenze dei modelli di evoluzione stellare siano affidabili e precisi;

3 – non ci sia uno scostamento maggiore di 8.000 anni fra l’età, desunta da questi modelli, di Alnilam (per citare una delle tre stelle) e la vera età dell’astro.

Si tratta quindi di tre postulati (a tutti gli effetti); anche ammettendo come indubitabili i primi due, pesa come un macigno l’ipoteca posto dal terzo. Ottomila anni sono la distanza che ci separa dal Tardo Neolitico, una distanza immensa in termini umani. Ma sono praticamente un battito di ciglia nella vita delle stelle, anche di quelle più massicce che vanno incontro, com’è noto, a “morte prematura” molto più velocemente del Sole. Il punto è che non abbiamo che uno strumento indiretto per stabilire la vera età di un astro, e cioè quei modelli evolutivi di cui si deve ipotizzare una completa aderenza alla realtà, senza averne la certezza. Insomma, il misuratore deve ipotizzare una precisione dello strumento di misura che però lui stesso non è in grado di garantire.

Prescindendo da quanto fin qui esposto, Bauval afferma dunque che la Terza Piramide è stata costruita con una deviazione chiaramente visibile rispetto alle altre piramidi. Questo fatto sarebbe la prova che le piramidi, in effetti, rappresentano la cintura  di Orione: “Tutti sono d’accordo che le dimensioni e l’offfset della piramide di Micerino erano  una scelta deliberata da parte dell’architetto. La domanda è:  perché?”; in aggiunta e come si sa, Bauval sostiene che piramide di Micerino si scosta dalla diagonale delle altre due piramidi. Ma, con la massima serenità, domandiamoci che cosa significa “deviare”.

Figura 6 – allineamento o scostamento?

Figura 6 – allineamento o scostamento?

Poniamo tre monete lungo un righello, come in questa foto, presa dal web ai tempi del marco tedesco… con due pezzi da 10 pfennig e una da 1. Vi sembra per caso che la moneta più piccola si discosta dalle altre? Il centro certamente sì, come pure la linea superiore, ma sicuramente non la linea inferiore. Una deviazione reale dovrebbe  verificarsi soltanto nel caso in cui tutti e  tre i punti principali della moneta più piccola fossero fuori asse: “superiore, centro, basso”. Come, in effetti, è per la terza stella (Mintaka) nella Cintura di Orione.

Figura 7 – la Cintura, chiaramente disallineata

Figura 7 – la Cintura, chiaramente disallineata

Adesso vediamo com’è la situazione per quanto riguarda le Tre Piramidi. Gli angoli sud-est delle tre grandi piramidi sono allineati, insieme al centro delle prime piramidi satellite di Micerino e Cheope con deviazione di pochi metri, e posti pressoché esattamente su una medesima linea che punta dritta verso l’antica On, cioè Eliopoli, fulcro dell’elaborazione della teologia eliopolitana strettamente basta sul culto solare. Il che, mi consentano gli amici Lettori, è un po’ curioso per un allineamento che dovrebbe essere su base stellare e non solare…

Ma non anticipiamo quanto discuteremo nella parte conclusiva, dedicata agli aspetti mitologici, archeologici ed epigrafici. In ogni caso, dunque abbiamo una situazione molto simile a quella delle le monete, e la piramide di Micerino non presenta alcuna deviazione reale. Inoltre (fig. 8), esiste un’altra “diagonale”: è quella che si “crea” collegando i centri delle due piramidi maggiori e prolungando la retta così ottenuta: è agevole verificare che questa linea unisce ai centri  l’angolo nord-ovest della Terza Piramide.

Figura 8 – Allineamento fra angoli e centri delle Tre Piramidi di al-Jizah

Figura 8 – Allineamento fra angoli e centri delle Tre Piramidi di al-Jizah

Non entro nel merito in relazione al fatto, di per sé assai dubbio, che nei libri di Bauval queste rette appaiono “spostate”, come se… la piramide di Chefren avesse una collocazione spostata di parecchi metri rispetto al reale. Il Lettore può agevolmente verificare, attraverso Google Earth per esempio, che le linee indicate in rosso e azzurro esistono effettivamente laddove le ho indicate.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se sia inutile ricercare un qualche allineamento fra i monumenti di al-Jizah. La risposta è che non è affatto inutile, solo che l’allineamento (fra gli angoli, come si è visto) ha un significato diverso da quello prospettato coraggiosamente dal belga: in primo luogo, c’è il significato simbolico del puntamento, possibile, verso Eliopoli; in secondo luogo, una correlazione diversa non avrebbe consentito l’effetto “delle Nove Piramidi” (le tre principali insieme alle sei cosiddette “satellite”) (fig. 9),

Figura 9 – le “Nove Piramidi”

Figura 9 – le “Nove Piramidi”

in cui, se si guarda da sud a una distanza che permetta di contemplare l’intero complesso piramidale della piana, la piramide di Micerino appare in prospettiva alta come quella di Cheope… Soltanto l’allineamento degli angoli descritto può produrre questo effetto mirabile.

Invito poi a prendere in considerazione un altro aspetto: personalmente confesso di trovarlo piuttosto sconcertante. Intorno alle stelle della Cintura ci sono diverse stelle abbastanza luminose, e nella piana di al-Jizah ci sono diverse piramidi-satellite e parecchie màstaba. Eppure, non esiste alcuna corrispondenza precisa fra Cielo e Terra. Sarebbe stato lecito aspettarsi invece qualche cosa di rilevante, visto che, anche secondo Bauval alla fin fine,  alcuni di questi edifici sono per i figli, le figlie e le mogli dei faraoni. Come mai non c’è nessuna corrispondenza con le  stelle minori di Orione, nonostante lo spazio disponibile sul terreno? Guardiamo poi quest’altra immagine, presa dall’angolo sud-est (fig. 10).

Figura 10 – Complesso delle Tre Piramidi visto da Sud-Est

Figura 10 – Complesso delle Tre Piramidi visto da Sud-Est

In coscienza, qualcuno potrebbe affermare che il terzetto monumentale non giace sulla stessa “diagonale”? Per notarlo, si dovrebbe andare nel deserto a circa due chilometri ad ovest della modesta altura da cui è possibile vedere l’effetto “delle nove piramidi”; ad ogni buon conto, c’è chi ha calcolato che, per mantenere la proporzione che esiste effettivamente nella Cintura vera (quella celeste), la Terza Piramide dovrebbe trovarsi circa a 100 metri ad est di dove è situata in realtà. Penso che, per quanto riguarda gli aspetti astronomici, astrofisici e di allineamento dei monumenti, possa bastare.

Passiamo ora ad analizzare, seppur brevemente, lo scottante tema dei cosiddetti “pozzi di areazione” della Grande Piramide,

Figura 11 – Il complesso dei pozzi all'interno della Grande Piramide

Figura 11 – Il complesso dei pozzi all’interno della Grande Piramide

un sistema che secondo Bauval permetterebbe di datare con grande precisione il monumento, e che -accoppiato all’allineamento (inesistente, come abbiamo visto) al suolo- dimostrerebbe che il progetto iniziale del 10.500 a.C. circa è giunto a compimento otto millenni più tardi.

Com’è arcinoto, ci sono quattro strani e piccoli “pozzi” o “canali” (larghezza 20 x 20 cm) nella Grande Piramide. Ognuna delle due Camere ne hanno due, uno diretto a sud e uno a nord. Tutti e quattro i pozzi salgono all’interno del monumento con un angolo compreso tra 36° e 45°; quelli della Camera del Re erano ciascuno aperto alle due estremità,

Figura 12 – L'ingresso del pozzo/canale settentrionale, Camera del Re

Figura 12 – L’ingresso del pozzo/canale settentrionale, Camera del Re

mentre quelli della Camera della Regina erano originariamente (e ancor più stranamente…) chiusi ad entrambe le estremità (fig. 12)

Questi canali sono tuttora un enigma irrisolto. L’egittologo tedesco Rainer Stadelmann li chiama “pozzi modello” per l’anima del re defunto. L’anima, secondo lui, poteva viaggiare attraverso il canale settentrionale verso le Stelle Imperiture, quelle circumpolari del Nord che non tramontano mai. Queste stelle -fatto curiosamente spesso misconosciuto- hanno sempre rivestito un significato speciale per gli Egizi fin dai primi tempi del Predinastico.

Anche gli altri pozzi possono essere collegati con stelle. L’astronoma Virginia Trimble ha notato nel 1964 che il canale meridionale della Camera del Re punta approssimativamente verso la Cintura di Orione. Bauval ha effettuato alcuni calcoli, scoprendo che il puntamento sarebbe esatto solo per un periodo successivo di circa 100 anni dopo la data di costruzione accettata della Grande Piramide (il 2.550 a.C.). A quel tempo, secondo il belga, il pozzo “mira”  esattamente la stella che -secondo la TCO- viene rappresentata sulla Terra dalla Grande Piramide. Coincidenza o altro?

Bauval ha esteso l’idea, e ha rilevato con sua grande sorpresa che il pozzo meridionale della Camera della Regina appare puntato verso stella più brillante del cielo, Sirio, quasi nella stessa epoca. E Sirio sarebbe la rappresentazione di Iside, che era la sorella e il grande amore di Osiride (a sua volta rappresentato nel cielo da Orione). Un’altra coincidenza? L’ultimo canale/pozzo sembra mirare, anch’esso, verso una stella importante dell’emisfero Nord (come già accennato, Kochab), e in effetti tutto ciò sembra davvero sensazionale.

Vorrei trascurare, in questa sede, un fatto, che in ogni caso appare privo di spiegazioni soddisfacenti, sia da parte della TCO, che da parte dell’Egittologia ortodossa: tutti i condotti, nel loro tratto iniziale e per circa 150 centimetri, scorrono paralleli al pavimento della rispettiva Camera. In altri termini, i condotti non puntano direttamente le stelle di presunta “pertinenza”, e questo avviene non certo per insipienza tecnica dei Costruttori. Deve esserci un altro senso, e mi sia permesso ritenere che nessuna delle spiegazioni proposte sia credibile.

Prima di Bauval diversi ricercatori hanno avuto l’idea che questi condotti potessero avere un legame simbolico con le stelle: ad esempio, se sono intese come uscite per le diverse anime (Ach / Ka / Ba) potrebbero puntare nella direzione della destinazione dell’anima, che probabilmente sarebbe il punto più alto di una stella raggiunge a sud (il cosiddetto punto di culminazione). I due condotti settentrionali possono, ovviamente, puntare in due direzioni. Poiché, come detto, le costellazioni più settentrionali non tramontano mai, le stelle che le compongono descrivono dei piccoli cerchi intorno al polo celeste; in questo modo, un condotto  potrebbe mirare nel punto più alto o più basso del cerchio, la culminazione superiore o inferiore. Secondo l’opinione di Bauval (che, sebbene con dei “distinguo”, è diventata l’opinione corrente) se oggi sappiamo a quale stella ogni condotto dovrebbe puntare, allora possiamo calcolare quando la stella ha raggiunto lo stesso angolo nel cielo sotteso dal pozzo: questa sarebbe la data della costruzione.

E siccome esistono quattro condotti,  possiamo usare le statistiche per mediare eventuali errori di costruzione, che probabilmente si sono verificati. In effetti, un’ipotesi affascinante, senza dubbio. Però, con assoluta certezza possiamo respingere una parte, forse fondamentale, della teoria: i condotti non sono mai stati costruiti come mirini stellari, in quanto, per via del decorso iniziale orizzontale, mai avrebbero consentito una visione diretta del cielo, per giunta visto che (specialmente quelli della Camera della Regina) curvano diverse volte, ad esempio a livello della Grande Galleria, e non sfociano all’esterno.

La pendenza dei pozzi è stata accuratamente misurata da Rudolf Gantenbrink; nel 1993 ha lavorato sotto contratto con il “Deutsches Archäologisches Institut” (DAI) per pulire, controllare e misurare i condotti. Ha usato diversi piccoli veicoli automatizzati, com’è ben noto (fig. 13),

Figura 13 – UPUAUT II, il robot di Gantenbrink

Figura 13 – UPUAUT II, il robot di Gantenbrink

e la sua più famosa scoperta è sicuramente l’oggetto/porta in pietra che blocca il condotto meridionale  della Camera della Regina. Questa blocco (fig. 14) è stato al centro di molte polemiche e speculazioni, che non è il caso di riportare in questa sede.

Figura 14 – la “porta” scoperta da Gantenbrink

Figura 14 – la “porta” scoperta da Gantenbrink

Il suo robot UPUAUT II, in combinazione con un altro veicolo, ha permesso una misurazione delle inclinazioni dei pozzi con una precisione di 1/20° (ovvero 3′). A quanto egli stesso afferma, Gantenbrink ha fornito questi valori personalmente a Robert Bauval e li ha anche pubblicati nella Gazzetta ufficiale della DAI, il “Mitteilungen des deutschen Archäologischen Instituts Abteilung Kairo” (MDAIK).  Gantenbrink scrive che le inclinazioni dei condotti superiori possono essere misurate tracciando una linea tra l’inizio e la fine del condotto, e che esse erano estremamente precise; inoltre, con un dispositivo di misurazione laser non ha trovato alcuna differenza superiore a 0.005 m (=5 millimetri!).

Ancora più incredibile è il fatto che l’inizio e la fine di un condotto giacciono precisamente su una linea. Evitiamo, per non appesantire il discorso, un’analisi dettagliata dei valori “certificati” da Gantenbrink. Quello che stupisce, e anche un po’ irrita, è che se si confrontano i dati di Bauval con i valori ufficiali MDAIK  si trovano delle discrepanze significative; non solo: Bauval ha prodotto tre pubblicazioni dopo la scoperta di Gantenbrink, due articoli nella rivista “Discussions in Egyptology (DE), nnrr. 26 e 27, e il suo celeberrimo libro “Il Mistero di Orione”. Ebbene, se non vi fidate della mia parola potete controllare da soli: tutte le pubblicazioni contengono  valori diversi per le pendenze dei pozzi, e, ad abundantiam, tutti i valori erano comunque diversi dai valori in MDAIK!

Insomma, il metodo di datazione attraverso i pozzi dovrebbe essere il seguente: si dovrebbe calcolare l’anno in cui esista una fortissima corrispondenza tra la pendenza del pozzo in questione e  l’elevazione della stella correlata. Se i valori validi per i quattro condotti sono vicini tra loro e le differenze possono essere spiegate con tolleranze di costruzione, allora abbiamo trovato la data cercata. In altre parole, se la pendenza (rispettivamente) dei quattro pozzi coincide, per la medesima epoca, con la culminazione delle stelle presumibilmente correlate (Alnitak e Thuban -secondo Bauval-; Sirio e Kochab), allora l’ipotesi è comprovata, e la data di costruzione dei pozzi (e quindi della piramide) identificata.

Purtroppo, Bauval non fa nulla di tutto questo. Invece, produce “epoche” generiche che egli non spiega mai completamente; nemmeno si sforza di calcolare corrispondenze esatte, ma si limita a parlare di “buona conferma dell’epoca 2475 a.C.“. Ma qual è la definizione di una “buona conferma”? Non è affatto chiaro, né il belga lo spiega; in realtà, i casi sono solo due: o c’è una corrispondenza, o non c’è. E un ulteriore problema è che queste “epoche” sono un ulteriore fonte di confusione e di delusione, perché, semplicemente, non corrispondono. Non entro, anche qui, nel merito delle corrispondenze fra tutti i dati in gioco. Mi limito a segnalare che l’analisi del sistema pendenze dei pozzi/culminazioni stellari (al meridiano, come tanto piace a Bauval), produce questi risultati: per Thuban, il 2.326 a.C.; per Alnitak, il 2.496 a.C.; per Sirio il 2.348 a.C.; infine per Kochab il 2.385 a.C.

Straordinario, non vi sembra? A prima vista possiamo vedere che nemmeno una stella si avvicina al magic shot ipotizzato dal nostro ingegnere, il famoso 2.450/2.475 a.C. Tre stelle indicano un tempo nel periodo intorno al 2.300 a.C., una vicino al 2.500 a.C. La media delle “conclusioni cronologiche” è il 2.389 a.C., almeno sessantun anni dopo l’ipotesi “ferrea” di Bauval. Ma c’è di più, purtroppo: con l’eccezione di una sola stella (Alnitak), tutto il cluster dei pozzi sembra indicare una data intorno al 2.350 a.C., con un errore standard di 20,33 anni.

Diciamo che quindi si dovrebbe considerare come “fuori range” proprio questa stella, e si dovrebbe accettare, secondo il criterio suggerito da Bauval stesso, la data del 2.350 a.C. – ben cento anni dopo quanto preconizzato da Bauval. Vale appena la pena di sottolineare un fatto che comunque è sostanziale: le datazioni ottenute con questo metodo si estendono per un periodo superiore ai 160 anni, il che supera addirittura la durata di alcune dinastie, oltre ad essere più del doppio del tempo che intercorre tra la piramide di Djoser e quella di Cheope (secondo i canoni ortodossi).

Mi pare che la conclusione, spietata, è che con intervalli di questa grandezza non si può pretendere di datare un bel niente: si tratta semplicemente e crudamente di qualcosa di molto vicino a una presa in giro camuffata da scienza. Senza contare che oggigiorno, anche per altri motivi che vedremo fra breve, l’Egittologia ortodossa tende a allontanare nel tempo la costruzione della Grande Piramide (cioè a porla a un periodo precedente al 2.550 a.C.), laddove questo metodo comporterebbe una datazione inaccettabilmente recente.

L’impressione complessiva relativa alla datazione “bauvaliana” della Grande Piramide attraverso i pozzi è dunque estremamente negativa. Ciascun condotto potrebbe puntare, più o meno, alle stelle loro dedicate (in questo o in altro ciclo precessionale…) – ma in nessuna circostanza in una data vicina al 2.450 a.C.! E, quel che è peggio, mai contemporaneamente! Non una sola stella raggiunge la posizione necessaria durante l’età attribuita da Bauval al monumento. In conclusione, sembrerebbe, con buona pace di certe visioni ortodosse (comunque non unanimi) e di questa curiosa eterodossia, che i condotti di areazione sono sicuramente inutilizzabili per datare l’epoca esatta della costruzione piramidale (come invece affermato dall’ingegnere belga), in quanto spaziano in un periodo superiore alla durata di molte dinastie. Se si utilizza il metodo del Nostro, anche con i valori corretti non si giungerà mai alla data fatidica del 2.450 a.C. Forse questo è il motivo per cui tutte queste idee di calcolare l’epoca della costruzione attraverso la pendenza dei condotti sono state respinte nel corso degli ultimi 30 o 40 anni?

Tuttavia, bisogna riconoscere che l’epoca di costruzione delle Piramidi di al-Jizah (e della Sfinge, se è per questo: ma è un altro discorso ancora) è largamente dibattuta. La variabilità del favore delle diverse cronologie egizie complica notevolmente le cose. Nel corso degli ultimi 200 anni, infatti, sono state proposte con diverso grado di affidabilità -tuttora comunque irrisolto- cronologie estremamente lunghe, con inizio dell’età faraonica intorno al 5700 a.C. o, in alternativa cronologie molto lunghe, con inizio dell’età faraonica intorno al 5200 a.C. La maggior parte degli egittologi non ha accettato queste proposte, che sembrano retrodatare eccessivamente la nascita dello Stato in Egitto, e preferì considerarle errate, proponendo invece due nuove cronologie: quelle lunghe, con inizio dello Stato faraonico intorno al 3950 a.C.  o quelle corte, che ne fissano l’inizio intorno al 3400 a.C. L’evidenza archeologica fin qui conosciuta, però, ha fatto nascere altre cronologie: una cortissima (nascita dell’Egitto “moderno” intorno al 3.200-3.100 a.C.), l’altra estremamente corta (l’era dei faraoni sarebbe nata solo nel 2.900 a.C. circa).

In assenza di una conferma assoluta e definitiva, quindi, per datare la Grande Piramide non resta che affidarsi alla malta che unisce i blocchi e alla sua datazione attraverso il pur controverso metodo del C-14; è quel che fece Lehner nel 1984-86. Egli scrive:

“Le date variano dal 3809 al 2869 a.C. Così in generale queste date risultano […] significativamente spostate più indietro rispetto anche alle più arretrate proposte dagli egittologi per il re Cheope […]. Per farla breve, i dati del radiocarbonio, dipendenti dal campione che si indaga, tendono a suggerire che tutta la cronologia della storia egizia sarebbe da far scivolare più indietro in un arco compreso fra 200 e 1200 anni.” (da: Ian Lawton. Chris Ogilvie-Herald: “Il codice di Giza (eNewton Saggistica) (Italian Edition)”.

Nello stesso testo, si trova questa tabella, decisamente esplicativa (fig. 14).

Figura 13 – tabella delle datazioni dei campioni raccolti sulla piana di al-Jizah

Figura 13 – tabella delle datazioni dei campioni raccolti sulla piana di al-Jizah

Non entro nel merito della effettiva attendibilità di questi dati (chi conosce il mio pensiero sa quale sia la mia opinione) o del loro potenziale significato; quello che mi interessa sottolineare è il fatto che -mancato consenso complessivo a parte- l’orientamento generale è quello di attribuire al complesso monumentale di al-Jizah un’età certamente superiore a quella stimata, male, da Bauval. Certamente c’è da pensare sulla affidabilità, in alcune circostanze, della ricerca ortodossa, se:

“Ancora Lehner cita una seconda campagna di monitoraggio condotta nel 1995 su 300 campioni prelevati da monumenti che andavano dalle tombe di Saqqara della Prima Dinastia alla piramide di Djoser, a quelle di Giza, a una selezione di altre costruzioni della Quinta e Sesta Dinastia e del Periodo Intermedio. Il fatto che i risultati di questa indagine non siano comparsi quando venne pubblicato il libro di Lehner nel 1997 lascia interdetti e non si può fare a meno di chiedersi il perché. Ad ogni modo, altrove lo stesso Lehner sottolinea con una certa enfasi come i risultati di campionature precedenti tendano tutti a confermare la bontà della sequenza cronologica dettata dalla ricerca archeologica e dalla datazione dei monumenti piramidali più antichi.” (Ian Lawton e Chris Ogilvie-Herald, op.cit.)

In ogni caso, come abbiamo visto anche le apparentemente solide argomentazioni archeoastronomiche di Bauval crollano miseramente, anche in relazione ai risultati (per quanto discutibili) ottenuti a mezzo del radiocarbonio. Si badi: non sto parlando di una parte secondaria della sua teoria, ma proprio della teoria in sé! Se non esiste alcuna correlazione fra la Cintura di Orione e il Terzetto di al-Jizah, e non esiste neppure la possibilità di interpretare, attraverso la TCO, i condotti di areazione della Grande Piramide (i quali quindi non funzionano come indicatori della data di costruzione, data che è essenziale perché la TCO resti in piedi) come elementi essenziali del “progetto unitario” dallo Zep Tepi in poi, allora l’ipotesi, per quanto affascinante, di Bauval & c. non regge minimamente.

Qualche irriducibile mi dirà che esistono in ogni cado solide prove archeologiche ed epigrafiche che confortano la teoria alternativa, anche nelle pieghe dei miti. Sono sicuro però che, a questo punto, pochi Lettori si stupirebbero, se rispondessi che –contrariamente a quel che si pensa- queste prove, mito di Osiride compreso, vanno tutte nella direzione opposta, e la TCO esce molto male anche da qui.

Lo vedremo nella parte conclusiva di questo lavoro.

©dr. Fabio Marino 2015-2016 per ASPIS®