Gli errori di Orione – Parte I

da | Set 4, 2016 | Archeologia

Articolo originariamente pubblicato su “Tracce d’eternità” n° 26

AVVERTENZA

La bibliografia relativa all’intero lavoro, sebbene ridotta al minimo e ai soli titoli dei testi, articoli e pubblicazioni utilizzati, sarà pubblicata in calce all’ultima parte del lavoro stesso per evitare di appesantire troppo la lettura con note e rimandi.

L’origine e il motivo di disposizione e allineamento di alcuni dei più importanti monumenti egizi sono, com’è noto, altamente dibattuti. Da almeno un paio di secoli, si fronteggiano non meno di due correnti di pensiero (con relative sfumature), afferenti rispettivamente alla visione “legittimista”, classica e ortodossa dell’Egittologia, e viceversa a una idea “alternativa”, eterodossa e che spesso purtroppo è sfociata in degenerazioni piramidologiche assolutamente non condivisibili, anche -e non solo!- per motivi matematici. La pubblicazione nell’ormai lontano 1969 del classico e monumentale “Mulino di Amleto

Figura 1 - Copertina del libro "Il mulino di Amleto"

Figura 1 – Copertina del libro “Il mulino di Amleto”

da parte di due giganti come Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend ha prodotto profonde revisioni archeologiche sia nell’interpretazione di miti e leggende (spesso contenenti interessanti riferimenti di natura astronomica), che nella valutazione e ri-valutazione di centinaia di siti di scavo sparsi per il mondo sulle basi di sempre più approfondite correlazioni archeoastronomiche. Ha altresì prodotto, come effetto collaterale, la nascita e lo sviluppo di una congerie di ipotesi e teorie (più o meno fantasiose), sorte con lo scopo di ridiscutere quasi ogni conclusione dell’archeologia ortodossa. Il che, si intende, non è un male in sé. Un posto certamente di rilievo, che in ogni caso ha prodotto alcune notevoli revisioni da parte dell’Egittologia “ufficiale”, è l’ipotesi, formulata originariamente dal noto ingegnere Robert Bauval (belga, ma egiziano di nascita) e da Adrian Gilbert,

Figura 2 - Un'edizione del testo di R. Bauval

Figura 2 – Un’edizione del testo di R. Bauval

nota come “Teoria della Correlazione di Orione” (d’ora in poi abbreviata in TCO).

Io stesso in qualche misura sono debitore, per quanto riguarda le mie modeste ricerche e la mia passione, al libro “Il mistero di Orione”, alle cui tesi ho entusiasticamente aderito per molti anni. Successivamente, tuttavia, un’analisi condotta da qualche tempo a questa parte, attraverso un’attenta ri-lettura degli scritti di Bauval e soci nonché delle tematiche relative (aspetti paleoclimatici, archeologici, epigrafici, mitologici, astronomici), mi ha portato ad assumere una posizione piuttosto critica nei confronti di TCO e addentellati vari. Naturalmente, non sono il primo a esprimere ampie riserve sulla teoria di Bauval; in ogni caso, molte di queste riserve mi sono sembrate piuttosto “settorializzate”, per cui è difficile cogliere la serietà delle obiezioni, spesso perse in parecchi rivoli che ne impediscono la visione d’insieme. Di qui, l’idea di confutare (o semplicemente correggere) l’ipotesi del belga in un unico scritto che comprendesse quanti più elementi possibile, per fornire al Lettore (si spera con sufficiente chiarezza) i motivi per cui non si può aderire, in tutta sincerità, a questa pur coraggiosa idea, che in ogni caso lascia comunque irrisolte molte questioni sulla Civiltà del Nilo; di qui, l’idea di un articolo, di stampo divulgativo ma ugualmente rigoroso, per fare il punto almeno parziale della situazione.

La prima pubblicazione dei fondamenti della TCO avvenne nel 1989 sul numero 13 della rivista “Discussion in Egyptology”, curata da una grande egittologa (seppur eretica –ma non eterodossa!), la prof.ssa Alessandra Nibbi. Bauval riprese molte volte su quella rivista le sue tesi (ad esempio, nei numeri 26 e 28, e anche successivamente), che sono estremamente note, per cui le riassumerò molto brevemente.

Molto poeticamente, Bauval racconta che una notte, mentre si trovava ai margini del deserto egiziano, ebbe a notare la costellazione oggi nota come Orione

Figura 3 - La costellazione di Orione

Figura 3 – La costellazione di Orione

che si innalzava nel limpido cielo africano. Questo asterismo, molto grande, ha essenzialmente cinque grossi riferimenti per l’occhio nudo: a Nord-Est, la stella arancione Betelgeuse  (nome derivato dall’ arabo “يد الجوزاء”, Yad al-Jawzāʾ, “la mano di al-Jawzāʾ [Gigante]”);

FIGURA 5 – Costellazione di Orione - la freccia indica Betelgeuse

FIGURA 5 – Costellazione di Orione – la freccia indica Betelgeuse

a Sud-Ovest la brillante e bianco-azzurra Rigel (dall’arabo “Rijl jawza al-yusra”, che significa “il piede sinistro di Colui che è Centrale“, cioè Orione);

FIGURA 6 – la stella Rigel

FIGURA 6 – la stella Rigel

in posizione quasi centrale rispetto a queste stelle, e con direzione diagonale c’è la famosa Cintura di Orione, composta da tre stelle di luminosità alta: da Sud-Est a Nord-Ovest, e separate fra loro da pochissimi gradi, troviamo Alnitak (nome che, come gli altri, deriva dall’arabo النطاق “An-nitaq”, che significa “La cintura”); Alnilam, la stella centrale (لنظام “An-niżām“, correlato al termine نظم “Nażm”, “Fila di perle“); Mintaka (منطقة “Manţaqah”, cioè “Cintura“). Un dato importante da tenere a mente d’ora in poi è rappresentato dalla magnitudine apparente dalla Terra di questi tre astri: rispettivamente 1.74, 1.69 e 2.21: si noti che il numero più piccolo esprime una luminosità maggiore, anche a livello dei decimali.

FIGURA 7 – la Cintura di Orione

FIGURA 7 – la Cintura di Orione

Un altro dato di rilievo è rammentare che la stella più a Sud è Alnilam, quella più a Nord Mintaka: ne vedremo in seguito i motivi. La costellazione di Orione, sebbene così chiamata per via della derivazione di quasi tutti i nomi celesti moderni dalla mitologia greca, ha certamente affascinato nel corso del tempo moltissime civiltà e culture. Un breve riassunto utile per i nostri scopi è presente in Wikipedia:

Nella mitologia norrena la cintura era considerata come la canocchia di Frigg o di Freyja. Nella mitologia ugro-finnica, invece, le stelle della cintura rappresentavano la falce o la spada di Väinämöinen. Al contrario, di origine biblica sono i nomi di «Bastone di Giacobbe» o «Bastone di Pietro», così pure come quello di «I tre Re» o «I tre Magi». Presso i clan di etnia Seri del nordovest del Messico le tre stelle erano conosciute collettivamente come «Hapj» (un nome che denota un cacciatore). Singolarmente invece esse venivano chiamate «Hap» (Cervo Mulo), «Haamoja» (Antilocapra) e «Mojet» (Bighorn). «Hap» è Alnilam ed è stata ferita dal cacciatore; il suo sangue è gocciolato sull’isola di Tiburón.

Apparentemente agganciata proprio alla Cintura si trova la “Spada di Orione” (forse la regione del cielo maggiormente fotografata da astrofili e professionisti, per via del gran numero di formazioni del Profondo Cielo ivi presenti).

FIGURA 8 – Spada di Orione - immagine di Lorenzo COMOLLI, 1998

FIGURA 8 – Spada di Orione – immagine di Lorenzo COMOLLI, 1998

La cosiddetta “Spada” è costituita da un raggruppamento di astri che comprende, fra l’altro, anche la celeberrima Nebulosa di Orione

FIGURA 9 – Nebulosa di Orione (M42) – Foto dell’Autore

FIGURA 9 – Nebulosa di Orione (M42) – Foto dell’Autore

e che, come la Cintura, ha una lunga storia di osservazioni e di “attenzioni”, fin dall’antichità e presso le più diverse culture. La stessa Wikipedia così efficacemente sintetizza:

Tra le sue componenti ha una posizione fondamentale la Nebulosa di Orione (M42): creduta in antichità una semplice stella, magari un po’ sfocata, si rivela essere una delle più grandi nebulose conosciute, nonché la più luminosa osservabile dalla Terra e la più studiata. Grazie all’osservazione di questa nebulosa, gli scienziati hanno potuto osservare e studiare gli stadi fondamentali della formazione stellare. Fra le tre stelle della Spada sono presenti, oltre alla Nebulosa di Orione, altri due sistemi nebulosi importanti: uno è costituito dalla Nebulosa De Mairan (M43), in realtà direttamente connesso con la Nebulosa di Orione, e a nord, NGC 1977, una nebulosa a riflessione illuminata dalla stella 42 Orionis.

A parte il grande interesse astronomico e astrofisico, è evidente che un asterismo così grande non può non aver catturato l’attenzione dei popoli fin dall’antichità, come visto più sopra. Alcuni, forse un po’ troppo arditamente, identificano la costellazione addirittura in un manufatto (una sottile tavoletta)tavoletta trovata nel 1979 in una caverna nella valle di Ach, nel Giura di Svevia, in Germania. La datazione al C14 delle ceneri di ossa trovate in un deposito vicino alla tavoletta fanno supporre che risalga a un periodo compreso fra 32.500 e 38.000 anni fa.

Viene attribuita ai misteriosi Aurignaziani, una popolazione di cui sappiamo davvero poco, se si eccettua il fatto che entrarono in Europa verosimilmente dall’est sostituendo l’uomo di Neanderthal.

Ritornando però al racconto iniziale di Bauval, si apprende che –osservando, come detto, la costellazione e la sua Cintura nella nera oscurità del deserto- egli ebbe un’intuizione, che poi mise ripetutamente alla prova: le tre grandi piramidi di Gizah (e forse non solo esse) erano state costruite per raffigurare nella terra d’Egitto, corrispettivo del Cielo per via del suo stretto rapporto con le Divinità celesti, una mappa terrena di Orione (e probabilmente di altre costellazioni), sfruttando anche la vicinanza della piana con il Nilo, equivalente della “Via d’acqua Tortuosa” posta nel firmamento (la Via Lattea).

FIGURA 10 – Fotografia e composizione di Robert Bauval

FIGURA 10 – Fotografia e composizione di Robert Bauval

A riprova delle loro affermazioni, Bauval e Gilbert riportano l’impressionante sovrapposizione di una astrofotografia (in verità un po’ vecchia) delle stelle della Cintura con una ripresa dall’alto delle Grandi Piramidi, davvero suggestiva. Tralasciamo del tutto, in questa sede, l’ipotesi, altrettanto alternativa, di una corrispondenza, invece che con Orione, con la costellazione del Cigno, e vediamo dove cercano di condurci Bauval, Gilbert e Hancock (i principali sostenitori della TCO). Innanzitutto, precisiamo che all’interno della teoria trova posto anche la Sfinge, il cui ruolo (purtroppo anch’esso errato…) verrà analizzato successivamente, nel corso di un altro articolo.

La TCO “completa” viene esplicitata da Bauval nel corso della sua ormai notevole produzione bibliografica. In estrema sintesi, il ricercatore belga ritiene (essendosi avvalso della sua intuizione oltre che di programmi –non eccessivamente sofisticati- di simulazione astronomica per PC):

  • che esista una pressoché perfetta corrispondenza fra le tre piramidi attribuite a Cheope, Chefren e Micerino e la posizione celeste delle stelle della Cintura di Orione;
  • che tale corrispondenza sia però chiaramente fissata, grazie ai fenomeni processionali per cui la costellazione di Orione “si alza” e “si abbassa” rispetto all’orizzonte di Gizah durante il Grande Anno (o Anno Platonico, pari a circa 25.920 anni), al 10.500 a.C. circa, tempo che Bauval ritiene descrivere lo Zep Tepi o Primo Tempo, con cui gli Egizi fanno iniziare la storia mitica dell’Egitto;
  • che i quattro condotti interni presenti nella Camera del Re e della Regina della Grande Piramide di Cheope (già definiti come “pozzi di aereazione”) siano astronomicamente orientati verso Thuban (Alfa del Dragone – all’epoca stella polare), la Cintura di Orione, la stella Sirio (Alfa del Cane Maggiore, la stella più brillante del cielo -in egizio: Schermata 2016-09-04 alle 01.16.21 (Sopdet); in greco: Sothis) e Kochab (Beta dell’Orsa Minore), in maniera intenzionale e non per mera coincidenza. Ovviamente, questo fatto (l’intenzionalità) fissa definitivamente una data-limite per la costruzione del monumento, e l’affermazione si basa sui lavori pionieristici di Badawy e Trimble;
  • che grazie a tale allineamento questi condotti “puntino”, di fatto, a una data specifica, per cui di fatto “fissano” con precisione la data di costruzione della piramide stessa, e questa data è circa il 2.550 a.C. (corrispondente in pieno, dunque, con la datazione/cronologia dell’Egittologia classica);
  • che esistano corrispondenze molto strette fra l’intera costellazione di Orione e la disposizione al suolo di parecchie piramidi egizie, le quali complessivamente riprodurrebbero l’intero asterismo;
  • che, in definitiva ed eccezion fatta per la Sfinge (si veda in seguito), la datazione classica delle piramidi è sostanzialmente corretta; la novità introdotta da Bauval risiederebbe nella concezione del progetto complessivo della piana di Gizah. Secondo questo autore, infatti, esisterebbe e sarebbe dimostrato dalle sue ricerche e simulazioni archeoastronomiche un progetto specifico, terminato nel III millennio a.C. dagli Egizi, concepito però nell’XI millennio a.C. (più o meno al presunto termine dell’ultima era glaciale) per indicare, accanto alla conoscenza esoterica della precessione degli equinozi, un preciso “percorso iniziatico” sulla via del Sole, dei solstizi e degli equinozi. Bauval & co., in ogni caso, non fanno alcuna supposizione sulla civiltà responsabile di un simile piano.

Cassando, in questa sede, quanto non relativo all’antico Egitto (di fatto e più o meno implicitamente, Bauval si allinea a Hancock, Collins, Wilson, West e quant’altri collegano Stonehenge, Nabta Playa, Yonaguni, Bimini, Olmechi, Maya, Angkor Wat in un unicum che rappresenta l’estrema eredità di una super-civiltà preesistente a quelle storiche), l’ingegnere belga, riassumendo, ipotizza (NdA: aggiornamento dell’idea-base alla data del suo libro: “Il mistero della genesi” –titolo originale: “Black genesis”) che sia esistita una società altamente evoluta, la quale circa 12.000 anni fa per motivi imprecisati ha ritenuto di dover trasmettere un messaggio codificato attraverso la rappresentazione nella Valle del Nilo di figurazioni celesti, rappresentazione probabilmente iniziata con la Sfinge e/o con i cerchi di Nabta Playa e conclusa circa 8.000 anni più tardi, secondo modalità mai precisate, con l’edificazione delle tre grandi piramidi. Un’avvertenza è d’obbligo. Ci troviamo di fronte, purtroppo, a un tentativo affascinante quanto imbarazzante di mettere insieme svariate idee in libertà, senza un reale filo logico. Bauval spesso appare sconvolto e folgorato, nel corso dell’intera sua produzione e anche all’interno di uno stesso libro, da rivelazioni assai diverse per importanza e per datazione, al punto che è oggettivamente complicato tenere dietro a tutti i numeri e alle date che di volta in volta egli propone. Si ha talora l’impressione che estragga numeri a caso, oppure che tenda a dare ragione all’ultima nozione che ha acquisito nel corso delle sue ricerche, indipendentemente dal loro reale valore in relazione alla sua ipotesi. Mi auguro di essere più chiaro di lui, ma è difficile, e auspico l’indulgenza del Lettore.

Prima di proseguire, è meglio esaurire fin da subito i motivi del mio rifiuto, e di quello della Comunità scientifica internazionale, di talune interpretazioni pseudomatematiche e a sfondo piramidologico. In primo luogo, perché i calcoli vengono effettuati sempre e comunque utilizzando unità di misura assolutamente arbitrarie: si parli di miglia o chilometri, di metri o piedi, di leghe o cubiti (reali o non) il risultato non cambia. Non esiste nessuna prova che gli Egizi o chi per loro fossero “usi all’uso” di unità di misura a noi note. Ovviamente del tutto diverso è il discorso aperto da considerazioni fondate sullo studio di proporzioni, che restano le medesime indipendentemente dalla misura adoperata: si pensi alla ormai assodata conoscenza del π da parte dei Nilotici (abbastanza ben approssimato, con un valore oscillante fra 3.16 e 3.145), o del ø, entrambe di fatto incorporate in molti monumenti, anche dell’Antico Regno.

FIGURA 11

FIGURA 11

In secondo luogo, perché spesso con numeri e misurazioni si può giocare. Ad esempio, per chi vuole divertirsi ho trovato questa bizzarra elucubrazione in Rete (fig. 11): il signor Veloso Emerson ha trovato (non so quanto provocatoriamente…) un’evidente correlazione (sic!) fra il tempio cambogiano di Angkor Wat e casa sua, in quel di Florianopolis (capitale dello stato di Santa Caterina, in Brasile). Utilizzando la “sicura conoscenza matematica” degli antichi Indù (che – a dire il vero- con la Cambogia e il Brasile c’entrano poco o nulla), il signor Emerson ha tirato fuori questa serie di formule (si guardi anche la figura):

cos a = cos b . cos c + sen b . sen c . cos A

cos a = cos 76,6° x cos 62,3° + sen 76,6° . sen 62,3° . cos 27,5°

cos a = 0,107726… + 0,763973… = 0,871699…

Inv(cos) a = 29,34°

360° ——————– 2piR

29,34° ——————— d

d = 2piR x 29,34°/ 360°

d = 2pi x 6.371km x 0,0815

d = 3.262 km

D = piR – d = pi x 6.371km – 3.262 km = 20.015km – 3.262 km

D = 16.753 km

grazie alle quali, in buona sostanza, conclude che esiste una correlazione ineccepibile fra la sua città e Angkor Wat: le formule, insomma, permettono di verificare che tra Florianopolis e il tempio c’è una distanza pari a 16.753 Km, a fronte di una misurazione effettiva (tramite Google Earth) di 16.759 Km. Mi sembra con questo di aver detto tutto al riguardo, non credete?

Cominciamo ora l’analisi vera e propria, che ci porterà a concludere che l’ipotesi di Bauval è purtroppo insostenibile, e non è nemmeno granché brillante, nonostante la sua grande popolarità e lo strombazzamento a cui è sapientemente tuttora sottoposta.

Va subito detto che la TCO è viziata all’origine dall’uso stesso del metodo utilizzato per testarla. Oltre l’apparenza granitica dell’uso di procedure informatiche, il programma usato (un banale software commerciale concepito addirittura per il DOS) è assolutamente “primitivo” e di conseguenza  i risultati ottenuti sembrano essere del tutto inadeguati e scorretti. In altri termini, non corrisponde al vero che esiste una corrispondenza fra la Cintura celeste e quella presunta “terrena”, in nessuna epoca. Non solo, ma esistono considerazioni astrofisiche che gettano parecchie ombre sulla ipotesi di Bauval per via della possibile evoluzione stellare degli astri, elemento non tenuto in conto dall’ingegnere belga: ne farò cenno in seguito. Il nostro Giuseppe Badalucco al riguardo, dopo test accurati di parecchi software astronomici afferma:

…(per) questi software occorre precisare che alcuni di essi non sono considerati software di natura professionale, per cui gli stessi produttori, che li hanno elaborati, per correttezza, hanno espressamente avvertito gli utilizzatori che tali programmi sono configurati per fornire posizioni planetarie, costellazioni, e altri dati con margine d’errore minimo entro un’epoca compresa fra il 3.000 a.C. e il 3.000 d.C. (tra questi si possono ricordare alcuni importanti software come Skyglobe, Stellarium, WinStars e altri). Da ciò sicuramente si deduce che, seguendo le indicazioni fornite dagli stessi produttori, è possibile ipotizzare che tali software non possano fornire informazioni del tutto attendibili per epoche lontane, come il 10.500 a.C. su cui espressamente  lavorarono Bauval e Hancock nei propri scritti (nel 1994 operarono simulazioni su Skyglobe), per cui per periodi di tempo così lontani rimangono seri dubbi e perplessità sui dati esposti. Alcuni studiosi (si veda per esempio il Prof. Piero Massimino dell’Osservatorio di Catania) hanno espressamente elaborato dei software disponibili su siti di gruppi astrofili che sono settati per tenere conto di tutte le problematiche relative alla rappresentazione delle configurazioni celesti, compresi i problemi relativi alle epoche lontane, in cui gli effetti della precessione su tempi lunghi non sono del tutto facilmente comprensibili (per esempio Skydraw)” (G. Badalucco, “CONSIDERAZIONI SULLO SPOSTAMENTO PRECESSIONALE DELLE COSTELLAZIONI ZODIACALI E SUL FUNZIONAMENTO DEI SOFTWARE ASTRONOMICI”, ASPIS 2013 –il grassetto è mio).

Inoltre, come già rilevato da più di 15 anni da astronomi del calibro di Ed Krupp (Griffith Observatory, Los Angeles) e del compianto Anthony Fairall (Dipartimento di Astronomia dell’Università di Città del Capo) le immagini proposte da Bauval e quant’altri sono tutte completamente errate nell’orientazione. Non dico assolutamente che sia stata un’operazione fraudolenta, intendiamoci. Eppure, le mappe sono tutte sbagliate. Passi per il fatto che nei libri l’orientamento delle figure è capricciosamente variabile, e non rispondente quasi mai alla convenzione internazionale secondo cui il Nord è visualizzato in alto (e, conseguentemente, il Sud in basso, l’Est a destra e l’Ovest a sinistra). Dà da pensare, in ogni caso, proprio l’immagine “primeva” prodotta da Bauval. Guardiamo di nuovo la figura 10, con attenzione; da essa sembrerebbe assolutamente evidente che, in effetti, “come in alto, così è in basso”. Giusto? Incontestabile? Assolutamente sbagliato. In realtà, il trucco c’è.

FIGURA 11 - da R. Lepsius

FIGURA 11 – da R. Lepsius

E si vede pure, specialmente se raffrontato con questa riproduzione, o con questa ripresa dall’alto ottenuta con Google Earth (figg. 11-12).

FIGURA 12 – il terzetto di Gizah ripreso da Google Earth

FIGURA 12 – il terzetto di Gizah ripreso da Google Earth

Chiaro l’arcano? Se non lo è, un poco di pazienza e di sforzo, e sarà tutto più chiaro.

Nella famosissima foto di Bauval, il terzetto di Gizah è doppiamente invertito e ribaltato rispetto alla realtà. Mentre le stelle della Cintura sono, nonostante la vetustà dell’immagine, correttamente raffigurate (si veda anche la FIGURA 13, qui sotto)

FIGURA 13 – stelle della Cintura di Orione – da R. Bauval

FIGURA 13 – stelle della Cintura di Orione – da R. Bauval

e sono quindi dal basso in alto (o, meglio, da Sud-Est a Nord-Ovest…) Alnilak, Alnilam e Mintaka, le tre piramidi vengono invece scorrettamente rappresentate, riflesse/ribaltate una volta secondo il piano verticale e una volta secondo quello orizzontale. La reale rappresentazione sul terreno, in effetti, è quella delle figure 11 e 12. Però, se –attraverso un qualunque programma di grafica: io ho usato IrfanView– si sottopongono le immagini reali delle Tre Piramidi (prendiamo come esempio la figura 12) ad una sola “riflessione” (come la chiama il programma) sul piano ad esempio orizzontale, il risultato continua a  “non quadrare”:

FIGURA 14 – il terzetto di Gizah dopo riflessione orizzontale

FIGURA 14 – il terzetto di Gizah dopo riflessione orizzontale

ma quadra magicamente dopo una seconda riflessione sull’altro piano, ad esempio quello verticale:

FIGURA 15 – il terzetto di Gizah dopo riflessione orizzontale e verticale

FIGURA 15 – il terzetto di Gizah dopo riflessione orizzontale e verticale

C’est plus facile, ne pas?” (cit.)

Ed ecco, per comodità, come compare realmente la presunta sovrapposizione delle stelle mantenendo il Nord in alto (ho usato per maggiore chiarezza la stessa foto della Cintura usata da Bauval):

1 – senza alcuna riflessione (cioè, come effettivamente si vedono le stelle, e come effettivamente sono disposte sul terreno le Piramidi – ricordo che la Grande Piramide è quella più scura, “a destra”):

FIGURA 16

FIGURA 16

non esiste la benché minima sovrapposizione di Cielo e Terra. D’accordo, entrambi i gruppi sono composti da tre unità, ma mi pare un po’ poco, no? L’asse diagonale perfetto fra Cheope e Chefren non corrisponde all’allineamento fra Alnilam e Alnitak;

2 – con la sola riflessione orizzontale:

FIGURA 17

FIGURA 17

le due raffigurazioni orionica e terrena appaiono al massimo QUASI speculari, ma nient’affatto corrispondenti;

3 – con riflessione orizzontale e verticale:

FIGURA 18

FIGURA 18

si ottiene l’unico modo di far combaciare (beh, quasi!) stelle e Piramidi. Un buon esempio, insomma di come sia possibile piegare le osservazioni empiriche alle idee, con buona pace della Filosofia della Scienza. Cosa è successo, dunque? Molto semplicemente, poiché non esiste alcun modo di far combaciare la posizione “del Cielo” e quella “della Terra”, nemmeno ipotizzando un improbabile “convenzione Sud” per quanto riguarda gli Egizi (anche in questo caso sarebbero indispensabili le riflessioni operate), si è piegata l’osservazione sul campo affinché confermasse l’idea.

In tutta sincerità, da modesto scienziato non posso che ripensare a un’autentica bufala speculativa. Soprattutto in considerazione di un altro aspetto che mi accingo ad analizzare, sullo stesso tema (archeo)astronomico. Se infatti andiamo a sovrapporre, utilizzando scale molto simili, le immagini delle stelle di Bauval con le Piramidi come oggi le vediamo, la presunta correlazione (come già dimostrato) è del tutto inesistente: necessita della doppia riflessione di cui abbiamo appena discusso:

FIGURA 19

FIGURA 19

Che succede se invece riportiamo le immagini arbitrariamente doppiamente riflesse sulle stelle? Ecco:

FIGURA 20

FIGURA 20

È facile vedere (e dunque dimostrare) che su scala similare esiste (solo con l’artificio della doppia riflessione!) una correlazione pressoché completa con la Seconda Piramide; una correlazione quanto meno discutibile fra Grande Piramide e Alnilam, mentre Mintaka e Micerino sono al massimo compagni di banco. Non è rispettato “in basso” (cioè a Gizah) il rapporto esistente nelle distanze fra le singole stelle.

Va fatta, poi, un’ulteriore considerazione. Anche volendo forzare le cose, e presupporre arbitrariamente che gli Egizi abbiano per qualche oscuro motivo mescolato le carte e quindi in realtà una stretta correlazione esista, c’è un altro elemento da spiegare (e Bauval non lo fa). “Da sinistra a destra” avremmo la rappresentazione di Alnilam, Alnitak e Mintaka, come detto. Ebbene, semplicemente non è possibile. Secondo la TCO, infatti, le Tre Piramidi sarebbero la proiezione terrestre della Cintura; invece Cheope-Alnilam è fuori posto, perché la stella più brillante del terzetto è Alnitak-Chefren (quella “centrale”), e sembrerebbe invece logico rappresentare la stella più brillante con la piramide più grande. Una differenza minima (1.69 contro 1.74) ma che una civiltà evoluta sarebbe stata in grado di cogliere. E difatti la Seconda Piramide è leggermente più piccola della Grande Piramide (a presunta riprova di una simile capacità), ma in chiave TCO è stata eretta nel posto sbagliato (al “centro” anziché a “sinistra”). Bisogna specificare, poi, che per motivi prospettici effettivamente la Seconda Piramide appare spesso più grande delle tre; ma Alnitak non sembra affatto, a occhio nudo, più brillante di Alnilam. Quindi, restano inspiegabili queste devastanti discrepanze fra osservazione del Cielo e costruzioni sulla Terra, demolendo almeno in quest’ottica il paradigma del “Come in Alto, così in Basso”. Non potrebbe essere, come vedremo in seguito, che questa perifrasi debba essere riguardata come una metafora di altro genere? Che “il Basso” sia qualcos’altro? Come scrive Krupp:

Anche se un appassionato della TCO potrebbe sostenere che l’inversione non è davvero significativa, o che gli Egizi deliberatamente rovesciarono questa costellazione per motivi arcani e noti solo a loro, queste razionalizzazioni non hanno alcun senso. Nel momento in cui abbracciano l’ipotesi di un orientamento plausibilmente astronomico dei condotti Nord e Sud (NdA: della Camera del Re) della Grande Piramide, Bauval e Gilbert hanno l’obbligo di accettare il fatto che il Nord significa nord e il Sud si trova a sud nella Grande Piramide. Non ha senso, quindi, immaginare un’inversione nel piano generale. Si potrebbe obiettare che è possibile adottare una prospettiva completamente diversa e indipendente, immaginando il modo in cui Orione apparirebbe da un punto al di fuori della sfera celeste. In tal caso, l’Est è est e l’Ovest si trova a ovest , ma i due non combaciano ancora: la cintura continua a trovarsi nella direzione sbagliata” (grassetti miei).

Come si vede, Krupp descrive esattamente la situazione che –anche a mezzo delle figure precedenti- a mio giudizio rappresenta un durissimo colpo alle affermazioni dei neo-egittologi. Il compianto Anthony Fairall così scrive, a completamento di questi pensieri:

La Piramide di Cheope è la più grande di una linea di tre – insieme a quella di Chefren e la piramide molto più piccola di Micerino. Date le competenze di rilevamento degli Egiziani, molti si sono chiesti il motivo per cui la linea delle tre piramidi è leggermente deviata… (omissis). Una (spiegazione) è che la deviazione dalla linea retta corrisponde a quello delle tre stelle della cintura di Orione, anch’esse leggermente disassate. Questo ha suggerito che il layout di Giza possa essere un tentativo di ritrarre la Cintura di Orione. Se è così, l’orientamento della linea, rispetto ai punti cardinali, è sbagliato, in relazione alla data «canonica» del 2500 a.C. circa. Il fenomeno della precessione, tuttavia, cambia l’angolo che la cintura fa nel cielo. Bauval sostiene che un riferimento al 10500 a.C. dà «una corrispondenza perfetta». Ma è davvero così? La mia indagine  ha mostrato che, mentre la linea dei due piramidi esterne è impostata secondo un angolo di 38 gradi da Nord, l’angolo della Cintura di Orione a Nord per le date intorno al 10500 a.C. è molto vicino ai 50 gradi! Una differenza troppo ampia per essere definita «una corrispondenza esatta». Ho calcolato che un moto di precessione circolare darebbe 47 gradi, mentre se si considerano anche gli aspetti dovuti alla nutazione questo valore è leggermente più alto. Simulazioni condotte all’interno di un planetario concordano su questa conclusione. Bauval, d’altro canto, usa programmi di simulazione astronomica. Egli suggerisce che solo con moderni computer sofisticati possiamo esaminare le antiche configurazioni celesti. Mi chiedo se ha anche commesso l’errore di misurare gli angoli su uno schermo piatto (NdA: come dovrebbe essere noto, la somma degli angoli su una superficie curva è maggiore della somma dei medesimi angoli proiettati su una superficie piana. Questo è il senso dell’affermazione di Fairall, considerato che la volta celeste è in effetti una sfera). La scelta di Bauval del 10500 a.C. (quando Orione raggiunge il punto più meridionale [NdA: «più basso»] nel suo ciclo di precessione) a suo giudizio si adatta anche con la Via Lattea, in questo caso perfettamente allineata con il Nilo. Ma il corso del Nilo è variabile, e noi non sappiamo con certezza e/o con precisione dove il Grande Fiume scorresse intorno al 10500 a.C.La conclusione di Fairall è secca e impietosa: “La base astronomica per sostenere che il layout (NdA: complessivo) di Giza risale 10500 a.C. è quindi molto sottile . Sarebbe bene se si facesse di più per contrastare la pubblicità dei libri (NdA: di Bauval & co.), (chiarendo) che la base congetturale di simili affermazioni è davvero fragile sotto il profilo scientifico.

Andando oltre, giova sottolineare che –con buona pace dei seguaci di questa Neo-Egittologia- non è affatto vero che, in qualche maniera, viene comunque rispettato il ruolo dell’Egitto quale “specchio del Cielo”. Sebbene in “Custode della Genesi” Bauval e Hancock tentino di mostrare (secondo le purtroppo consuete modalità di inversione, e sinceramente a questo punto il dubbio che esse siano in qualche maniera volontarie è legittimo…) che anche per altre stelle della costellazione di Orione esista una corrispondenza, il tentativo fallisce miseramente. In effetti, se ci si pensa non è forse assolutamente incomprensibile (anche supponendo giustamente una diversa mentalità degli Egizi e loro predecessori rispetto a quella moderna) che la Cintura di Orione venga rappresentata (si fa per dire…), mentre le stelle principali dell’asterismo, che sono fra le stelle più brillanti del cielo, non abbiano alcun corrispettivo? Personalmente, trovo che sia un fenomeno davvero curioso!

FIGURA 21 – dal libro “Custode della Genesi”

FIGURA 21 – dal libro “Custode della Genesi”

La pubblicazione nel libro appena citato di una duplice “mappa” in cui vengono ritratte Orione (con adeguata tratteggiatura in posizioni strategiche) e la zona compresa fra Menfi a Nord e un’area imprecisata a Sud evidenzia la franca zoppìa della TCO. Basta guardare la figura 21 per rendersi conto che:
è assente Bellatrix, ovvero γ Orionis (magnitudine 1.64): non c’è nessuna piramide a “segnarla”. Timidamente e quasi di soppiatto, i due Autori qua e là lasciano balenare l’idea che possa essere rappresentata dalla piramide di Zawyet el-‘Aryan. A parte il fatto che si tratta di un’opera lasciata incompiuta, quest’ultima risale alla III dinastia ed è costruita a gradoni, stile quella di Djoser per capirci: quindi, non sembra quadrare molto (neanche come posizione e proporzioni) con la TCO;
non c’è Betelgeuse, un dato ancora più strano, tenuto conto che –anche in termini di colorazione (arancione), oltre che di luminosità- questo astro è quasi un contraltare naturale nei confronti sia di Rigel (bianco-azzurra), posta pressoché simmetricamente dall’altra parte dell’Equatore celeste, che di Sirio (stesso colore), posta più a Sud-Est;
non c’è, ugualmente, Rigel: il motivo per cui le stelle più importanti della costellazione siano assenti è, come rilevato, assolutamente incomprensibile;
non è affatto chiaro come mai siano segnalate le necropoli settentrionali (a partire da Menfi, mentre Ayan è l’antico nome dell’attuale Gebel Tura), che sono del tutto prive di un corrispettivo celeste;
non si capisce il motivo per cui, in una correlazione -a questo punto assai più presunta che ipotetica- fra Terra e Orione debbano rientrare le Iadi, che fanno parte della costellazione del Toro. Ancor più curiosamente, gli Autori non segnalano che la stella più brillante di quell’ammasso aperto è Aldebaran (Alpha Tauri, magnitudine pari addirittura a 0.98!), apparentemente “appaiata”, attraverso le note piramidi di Dashur (la “Rossa” e la “Inclinata”), alla anonima Ain (magnitudine 3.6), un astro visivamente del tutto insignificante. A meno che per qualche oscura ragione nel calderone Bauval & co. non abbiano volutamente fatto rientrare Snefru, padre di Cheope e presunto costruttore di questi due monumenti.
Insomma, sotto il profilo astronomico (anche se potrei continuare) la TCO si risolve in un completo disastro. È vero che alcuni (pochi) astronomi, in contrasto con Fairall e Krupp, ritengono l’ipotesi di Bauval sostenibile. Però, nessuno di loro ha mai effettuato un’analisi accurata dei presunti legami fra monumenti e stelle, probabilmente a causa della loro scarsa dimestichezza con l’archeologia. Come abbiamo invece visto, già solo esaminando le piramidi di Gizah e la costellazione di Orione si evidenziano enormi pecche e clamorose falle nella ricostruzione archeoastronomica sposata da Bauval e Hancock. A questo punto, il Lettore non sarà sorpreso nell’apprendere che esistono anche argomentazioni astrofisiche che cozzano inevitabilmente con la TCO, e che anche il cosiddetto “layout” della piana di Gizah, Sfinge compresa, nonché la tempistica asserita dalla neo-egittologia imbarcano acqua a tutto spiano. Ma questo, insieme a considerazioni epigrafiche, archeologiche, al mistero di Nabta Playa e altro ancora, sarà oggetto delle parti successive.


Una stroncatura sui concetti astronomici qui riassunti assai meno gentile della mia (e scritta da un astronomo) può essere letta qui:
https://www.arcetri.astro.it/~comore/skeptic/bauval.txt

© 2015-2016 dr. Fabio MARINO per “Tracce d’Eternità“/ASPIS