Nella letteratura e nelle cro­nache di tutti i tempi i segni del cielo ed i prodigi sono stati spesso considerati con timore reverenziale, come avvertimenti divini agli uomini peccatori affinché si ravvedano, evitando così castighi ancora più grandi. Comete, meteoriti, corpi celesti mai visti, fiaccole nel cielo, piogge prodigiose e altri tipi di eventi anomali sono altret­tante ragioni per prevedere pestilen­ze, guerre, carestie e disastri naturali a conferma di questi messaggi “miracolosi”, che comunque avvengono di solito nell’ambito dell’osservazione empirica.

Molti hanno cercato di ridurre la corposa casisti­ca (sparpagliata negli scritti di parecchi autori clas­sici) in una classificazione ordinata per tentare di spiegare questi fenomeni alla luce delle conoscenze moderne e per stabilirne almeno approssimativamente una frequenza statistica, nel tentativo di formulare ipotesi con una base scientifica accettabile. A rendere in ogni caso difficile il rapporto di questi eventi con la Scienza contribuisce non poco la coloritura “teologica” con cui la credenza popolare rivestiva e riveste queste manifestazioni. Gli antichi non la pensavano così, tanto che autori come Giulio OssequenteCorrado Licostene (sul quale esiste un bel libro di Marta Luchino Chionetti)

Corrado Licostene

e Marco Frytsche propendevano per un aspetto sovrannaturale, con interpretazioni a carattere ammonitorio. È chiaro che non vi fosse nel corso del tempo una definizione e una terminologia unanime per descrivere i vari aspetti di questa fenomenologia (che non riguardava solo il cielo, ma anche tutti gli eventi prodigiosi con protagonisti uomini e animali) per cui in parecchi casi è decisamente difficile valutare obiettivamente il significato dell’evento raccontato. In questa sede tratterò brevemente di fenomeni celesti da cui si può trarre una qualche ipotesi interpretativa, tenuto conto che i fatti  si produssero in luoghi e tempi diversi, ma con forme simili; a questo riguardo, devo sottolineare che per quanto attiene -ad esempio- il caso della croce di Migné una analogia sorprendente si rinviene in un avvenimento di pochi decenni fa, come il lettore Christian Tortore mi ha fatto giustamente notare. Va da sé che accanto alla suggestiva ipotesi di UFO nel passato bisogna valutare anche spiegazioni di tipo strettamente naturalistico.

Il problema interpretativo delle faces e delle trabes ardentes non può essere separato dall’osservazione etimologica che “ardens” equivaleva per gli antichi Romani anche all’effetto ottico della luce emessa dal fuoco: per questo motivo, troviamo che nei classici molti rapporti furono ascritti a «igneae impressiones». Per esempio, in Tito Livio (“Libri ab Urbe condita“) possiamo leggere: «… Facem Setiae ab ortu solis ad occidentem porrigi visum… » (Liv., XXIX, 14). Le stesse citazioni vengono riferite, con maggiore precisione cronologica, da Ossequente e da Licostene: «M. Cornelio Cethego Sempronio Tuditano consulibus, Fax Setiae ab ortu solis in occidentem porrigi visa… » (Ossequente, c. 43; Licostene, p. 130: «A Sezze, città del Lazio, fu vista una fiaccola portarsi da levante a po­nente, nel 202 a.C. sotto il consolato di M. Cornelio Cetego e Sempronio Tuditano Gemino» – trad. Chionetti, p. 35 del testo in link). Nel suo “Meteororum, hoc est, impressionum aeararum et mirabilia Naturae operum…” (1563), Mark Frytsche spiega:

Frontespizio del “Meteororum” di Frytsche

«Igneae impressiones sunt… ut flammae, quae incenduntur et ardent, ejusmodi sunt: stipulae ardentes, Aeges, Dali, Sydus volans, Candelae, Trabes, columnae, Teretes, Lanceae, Clypei, Globi, Faces ignitae, Pyramides, Draco volans, … » (c. 73r: “Le impressio­ni di fuoco sono … come fiamme che s’incendiano ed ardono, e di questo tipo sono: gli steli ardenti, le capre sal­tanti, le stelle volanti, le candele, le travi, le colonne, gli ovali torniti, le lance, i clipei, i globi, le fiaccole splendenti, le piramidi, il dragone volante, ecc. …“) e definisce così la “impressione ignea/di fuoco”: «Ignea impressio est exhalatio sive fiamma in suprema vel infima regione aeris in­ censa, vel a lumine solis vel a luna tantum illustrata, quando vide licet propter debilem calorem et frigus ambiens incendi nequit.» (c. 72v: «L’impressione di fuoco è un vapore ovvero una fiamma accesasi nella più alta o nella più bassa regione dell’atmosfera, oppure manifestata soltanto dalla luce del sole o della luna, quando naturalmente per il debole calore e per il freddo ambiente non può accendersi»).

Il significato reale di «fiamma (flag-ma da flag-ro)» sembra dunque correlato non solo al fuoco, ma anche allo splendore: si pensi al virgiliano «flagrans sydereo clypeo» (Eneide, XII, 167). Quindi le faces ignitae potrebbero essere non solo delle semplici “fiaccole ardenti”, ma fiaccole splendenti, probabilmente quindi non dissimili dalle lampades volanti che oggi chiamiamo meteore. Ma il Frytsche dà il concetto di «fiamma» come alternativo rispetto a quello di exhalatio (inteso come “emanazione di vapore”), il che ricorda evidentemente l’effetto del gas domestico quando, a rubinetto già aperto, viene acceso formando un’istantanea vampata di luce verso l’alto.

Non poteva evidentemente questo auto­re pensare ad una macchina volante, capace di emettere luce e di spostarsi a grande velocità e grande altezza, in quanto inesistenti nella sua epoca. Egli dà anche una spiegazione dell’Assub, termine equivalente arabo di questo fenomeno: «… impressio lata et profunda, quae generatur ex exhalatione aequaliter subtili, quae incensa in suprema regione aèris, non ex-aequo extenditur, prae se ferens hoc modo lampadis figuram, quam generali nomine Assubascendens vocant…» (Op. cit., c. 78r: “Un’impressione larga e profonda, che si forma da un’ema­nazione di vapore leggero in ogni sua parte, la quale incendiata nella più alta regione dell’atmosfera, non egual­mente si estende, mostrandosi in que­sto modo a figura di lampada che con termine comune chiamasi Assub ascen­dente“).

Si noti la strana “cometa simile a una trave appuntita” avvistata in Arabia, 1479; si notino anche le croci, simili all’avvistamento di Migné

Mi pare chiaro che questa spiegazione permette una perfetta com­prensione del fenomeno…

Altre segnalazioni di faces si ritrovano con una certa frequenza nel mondo latino: nel 201 a.C., ancora in Livio si può leggere: «Anagniae sparsi primum ignes in coelo, deinde fax ingens» («Ad Anagni comparvero dei fuochi sparpagliati nel cielo, da cui si originò una grande fiaccola» – Liv., XXX, 12), e così nel 173 a.C., nel 171, nel 166, nel 164-163, nel 134, nel 125, nel 104 a.C. ed innumerevoli al­tre volte. Licostene riporta anche un avvenimento di un millennio e mezzo successivo, verificatosi nel 1519, e riferisce che a Vienna sarebbe comparsa una fiaccola ardente alle prime luci dell’alba: «Viennae Austriae per mensem septembrem… quarto die circa primam [horam] fax ardens…» (Lic., p. 525).

Le trabes rappresentano, per diversi ufologi, la “chiara” descrizione di astronavi; gli stessi, di solito, interpretano le faces come dischi volanti a grande altezza. In ogni caso e qualunque significato si voglia loro attribuire, anche le trabes non scherzano, come segnalano Ossequente e Licostene. Per esempio, nel 61 a.C.: «M. Cicerone et G. An­tonio consulibus, trabs ardens ab occasu ad coelum extenta…» (Oss. – Lic., cap. 122, p. 212: «Una trave lu­minosa color del fuoco si slanciò da occidente verso il cielo sotto il consolato di M. Cicerone e G. Antonio»). Nel 1352 invece Licostene fa notare il colore metallico del fenomeno: «Coelestis trabs per coelum labi visa»;  nell’avvistamento del 1535 («Supra Vinariam tres trabes igneae in aere sereno visae sunt» – Lic., p. 557: «Sopra Vinaria si videro tre travi color del fuoco nel cielo sereno») il colore del presunto “scafo” è rosso fuoco. Ma questi (molto?) ipotetici velivoli assumeva­no anche altri colori, come nel 1546: «Decimo Februarii in Misniae oppido Belgern, conspectae sunt tres trabes diversis coloribus in nubibus aberrantes» (Lic., p. 594: «Il dieci di Febbraio nella città di Belgern -NdA: una città della Sassonia- si notarono tre travi dai diversi colori –NdA: dai colori cangianti?– che vagavano fra le nuvole») in cui è di particolare interesse e rilievo l’esistenza di una sorta di formazione di volo ed il vagare fra le nubi delle “travi”, che ri­corda i continui spostamenti ai quali in certi avvistamenti ufologici i testimoni assi­stono.

L’episodio, però, di cui si può real­mente pensare ad una manifestazione ufologica, si trova nel Frytsche: «A. Christi 1550. Globi ignei tres in Misnia Lipsiae in aere de nocte visi, quos multi studiosi atque etiam clarissimi viri conspexere» («Anno 1550. Tre globi fiammeggianti furono visti in piena notte nel cielo di Lipsia, e all’osservazione parteciparono molti studiosi e anche persone assai famose»). Non si può non pensare, in questo caso, a un fenomeno che dovette persistere a lungo, visto che i testimoni “studiarono” l’avvenimento e fu possibile l’osservazione da parte di molte persone, in piena notte. Analoghi fatti si ritrovano nel 1143: «Ferunt in coelo apparuisse globos igneos variis in locis emicuisse et deinde alia coeli parte secondiderunt » (Lic., p. 408: «Narrano che in cielo siano apparsi globi color di fuoco, che abbiano lampeggiato in vari luoghi, i quali poi si nascosero in un’altra parte del cielo»).

A questo punto, suggerisco al Lettore di dare un’occhiata al libro XII di Tito Livio «Ab urbe condita», per rileggersi i famosi prodigi in esso contenuti, che addirittura costrinsero il Senato ad ordinare riti di espiazione per l’enorme impatto emotivo sul popolo, legato soprattutto ai clypei luminosi che si libravano in cielo. Non troppo curiosamente per tutti coloro che, oggigiorno, seguono con attenzione gli studi di Vallée & c., in quelle stesse circostanze sembra che si siano osservati anche fenomeni paranormali da parte degli àuguri e degli aruspici, essendo anche «cadute dall’aria pietre infuocate e roventi (qui si parla probabilmente di meteoriti), e che sopra Faleria (attualmente provincia di Viterbo) sembrò che il cielo si fosse spaccato, e qua e là si sparsero molte tavolette scritte, in una delle quali si vedevano queste precise parole: “MARTE MUOVE LE PROPRIE SUE ARMI” (la famosa tavoletta inscritta del «Mavors che scuote le armi», come riportato da Plutarco)». In Orosio (lib. V, cap. 16) si ricorda il «Clypeus ardens ab occasu ad ortum scintillans transcurrit occasu solis» del 101 a.C.

Un fatto interessante è che i meteorologi del sec. XVII non erano totalmente sprovveduti, e cercavano di ottenere delle risposte da questi accadimenti inspiegabili, almeno alla luce dell’aristotelismo imperante; tentavano insomma di utilizzare le categorie filosofiche (sillogismi in testa) per arrivare alla cono­scenza, per esempio, delle comete come corpi diversi dalle stelle e ori­ginati invece da vapori terrestri. Anche il Frytsche ci prova, ed ecco i suoi ragionamenti:

RAGIONI ED ARGOMENTI, con i quali si dimostra che le comete non sono di natura celeste, da cui necessariamente consegue ch’esse assolutamente non possono appartenere alla famiglia delle stelle. I primi quattro argomenti sono desunti dal soggetto.

I – argomento (dal genere alla spe­cie): Nessuna impressione è una stella / Ogni cometa è un’impressione, / Quindi nessuna cometa è una stella.

II – argomento (dalla divisione): Nessuna stella è o cornata, o barbata, o caudata; / Tutte le comete sono o cornate, o barbate, o caudate / Perciò nessuna cometa è una stella.

III – argomento (dalle proprietà): Nessuna stella s’infiamma. / Ogni cometa s’infiamma. / Quindi nessuna cometa è una stella.

IV – argomento (dalla causa materiale): Nessuna cosa formata di vapori terrestri è una stella; / Ma ogni cometa è formata di vapori terrestri, / Perciò nessuna cometa è una stella. Perché infatti la materia della cometa in nessun modo può cadere su una stella, non può perciò essere una stella.

Il Frytsche conclude col IX argomento, quello dall’«autorità»:

IX – argomento (dall’autorità): Che le comete non siano stelle è affermato anche da Seneca, che cita Epigene, il quale a sua volta riporta l’affermazione dei Caldei che le comete non sono stelle. Questa è l’opinione cor­rente degli eruditi. Valgano dunque per primi gli argomenti ed i ragionamenti, e poi l’autorità, che attestano non essere le comete delle stelle. Tuttavia Seneca intorno alle comete che egli considera per qualche rispetto far parte dei corpi celesti, così conclude: ”Se queste cose siano vere, lo sanno gli Dei, cui appartiene la conoscenza della verità; a noi è lecito soltanto investigare questi fenomeni e congetturare, né con la fiducia di trovarne le ragioni, né senza speranza. Il popolo delle età future saprà molte cose a noi ignote, molte sono riservate ai secoli là da venire, quando la memoria di noi sarà scomparsa. L’universo non rivela tutte insieme le sue ragioni nascoste… noi ci soffermiamo nel suo vestibolo. Questi arcani non si ri­ velano a tutti senza distinzione: riuniti in un sacrario migliore vi restano chiusi e di questi la nostra epoca darà un certo giudizio ed un altro l’epoca che a noi subentrerà… ”.

Il pensiero di Epigene è contenuto nel VII libro delle «Naturales Quaestiones» del filosofo latino:

«Due sono i generi di comete», dice Epigene. «Le une diffondono tutt’attorno la loro fiamma e non cambiano posto, le altre allungano in una determinata direzione il loro fuoco sparso a mo’ di chioma e passano da una stella all’altra (e due di questo genere sono state osservate nella nostra epoca). Quelle del primo tipo, dotate di chioma tutt’attorno e immobili, sono quasi sempre poco in alto e sono provocate dalle stesse cause che danno origine alle travi e alle fiaccole, cioè dall’eccesso di aria torbida che fa agitare dentro di sé molte particelle secche e umide esalate dalla terra. Infatti, una corrente d’aria, uscendo attraverso uno stretto passaggio, può infiammare l’aria posta sopra di sé e piena di sostanze combustibili, e poi spingerla davanti a sé con forza, finché per una causa o per un’altra non torni indietro e si indebolisca; poi ancora il giorno seguente e in quelli successivi riprendere forza e infiammare lo stesso luogo: vediamo, infatti, che i venti tornano per più giorni come a un’ora stabilita; anche le piogge e gli altri generi di perturbazioni tornano a giorni fissi». Per sintetizzare il pensiero di Epigene, dirò che egli ritiene che queste comete si formino per lo stesso motivo per cui si formano le meteore ignee scagliate fuori da un turbine; l’unica differenza è che i turbini si abbattono dall’alto verso terra, le comete si staccano con fatica dalla terra per alzarsi verso le regioni superiori.

In conclusione, si può affermare che molti aspetti del­la moderna ricerca ufologica e fortiana hanno effettive affinità, somiglianze e identità con eventi del passato. Emerge anche la netta sensazione che la gran parte delle possibili fonti siano state trascurate poiché gli specialisti delle letterature, della storia e dell’epigrafia  non hanno dato troppo peso alle notazioni che hanno probabilmente considerato totali fantasie, becere superstizioni o travisamenti mitologici del popolino.

Medaglione francese del 1680

Sarebbe utile invece una ricerca accurata, magari analoga a quella purtroppo metodologicamente lacunosa (per via dei tempi non maturi) di Licostene e di Frytsche. Sarebbe interessante studiare, se fosse possibile, i manoscritti tuttora inediti, le cronache ecclesiastiche, le memorie delle comunità civili in tutta Europa. Si potrebbe organizzare una classificazione, grazie agli odierni supporti informatici, dei fenomeni registrati fino al 1900; di grande aiuto a questo tipo di ricerca potrebbero essere pure le cronache locali e dal XVII secolo in poi le gazzette ed i fogli volanti d’informazione.

Nonostante ogni sforzo, però, è possibile che parecchie testimonianze siano inaccessibili, nel senso che mai nessuno, per i più vari motivi (il “politically correct” non è materia solo dei giorni nostri…) le ha registrate. Il punto finale, in ogni caso, resta lo stesso: qual è il significato di questi “oggetti”? Sono manifestazioni naturali mal descritte e peggio comprese, o sono altro? Per caso il folklore di ieri si rispecchia nell’ “alieno” di oggi?

Un UFO di forma triangolare (Belgio, 1990)