Il Cristo pitagorico

da | Dic 22, 2013 | Simbologia

Attraverso l’analisi di alcuni fra i simboli più importanti del cristianesimo, il seguente articolo proverà a illustrare come la figura di Gesù Cristo sia stata in parte direttamente ispirata da quella del filosofo Pitagora.

153, il numero sacro

Nelle battute di chiusura del Vangelo di Giovanni, troviamo uno degli episodi più noti del Nuovo Testamento: la pesca miracolosa.

Fig 1. Pesca Miracolosa di Jacopo Bassano, 1540-1570

Pesca Miracolosa di Jacopo Bassano, 1540-1570

Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. (Gv 21, 5-6)

Come vediamo nel passaggio successivo, nel quale i discepoli riconoscendo il loro maestro sbarcano a riva, questa «gran quantità di pesci» è identificabile con un numero preciso.

Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. (Gv 21, 10-11)

Il 153 non è una cifra qualsiasi. Da un punto di vista matematico, questo numero ha delle caratteristiche particolari. Per esempio, 153 è un Numero Triangolare, che risulta dalla somma dei primi diciassette numeri:

1 + 2 + 3 + 4 + 5 + 6 + 7 + 8 + 9 + 10 + 11 + 12 + 13 + 14 + 15 +16 + 17 = 153.

Convertito in forma binaria (10011001), il 153 si rivela essere un Numero Palindromo, ovvero leggibile da destra verso sinistra o sinistra verso destra. Le caratteristiche di questa cifra sono svariate. L’uso all’interno di un testo religioso, però, indica che il significato del 153 andrebbe cercato oltre le mere proprietà matematiche.
I 153 pesci specificati dal Vangelo di Giovanni incuriosirono anche uno dei più importanti filosofi cristiani della storia. Secondo Agostino d’Ippona, il 153 rappresenterebbe la santità della Chiesa, essendo formato dal numero 50, simbolo della Chiesa Perfetta, e dal numero 3, sinonimo della Trinità.

50 x 3 + 3 = 153

Eppure questa interpretazione non spiega comunque il bisogno di utilizzare il numero 153 proprio in quel determinato passaggio del Vangelo. Secondo un’altra interpretazione ufficiale, la pesca rappresenterebbe invece l’aggregazione di tutti gli elementi (i pesci) che compongono la Chiesa Cattolica per formare la Chiesa Perfetta, ossia completa.
Ma è davvero così?
Nel Vangelo di Marco, troviamo un altro riferimento alla simbologia della pesca:

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. (Marco 1, 16-20)

Fig 2. Pitagora

Pitagora

I discepoli sarebbero quindi «pescatori di uomini». Se accettiamo l’interpretazione ufficiale, il numero 153 non diviene altro che la ripetizione dello stesso messaggio già espresso chiaramente – e in modo più diretto – dal simbolo dei pesci catturati nella rete dei discepoli. In altre parole, il numero 153 diventa del tutto superfluo. Perché ripetere due volte lo stesso messaggio? Non avrebbe alcun senso inventare un codice numerico per comunicare qualcosa già chiaramente espresso a parole. Tutto sembra quindi indicare che il reale significato di questo numero risiederebbe altrove. Così come altrove risiederebbe l’origine della storia della pesca miracolosa.
Come delineano i ricercatori Timothy Freke e Peter Gandy, è possibile rintracciare l’episodio della pesca miracolosa in una tradizione che a prima vista sembrerebbe non c’entrare nulla con la matrice giudeo-cristiana, ovvero quella di Pitagora.

Il filosofo, vissuto nel VI secolo a.C, è una delle figure più importanti non solo della storia del mondo ellenico, ma anche del pensiero occidentale.

Oggi, quando parliamo di filosofi, tendiamo a pensare all’immagine di un accademico che spende la propria vita chino sui libri, lontano dalla realtà più immediata della vita. Il filosofo della tradizione ellenica, però, era ben distante da questo cliché contemporaneo. Fin da giovane Pitagora era mosso da un’irrequietezza che gli impediva di accontentarsi delle poche nozioni che egli possedeva. Così decise di abbandonare l’isola in cui era nato, Samo, per trasferirsi a Crotone, nell’allora Magna Grecia. Lì fondò una scuola che avrebbe influenzato profondamente il mondo antico, ristabilendo l’ordine e unificando le diverse città, secondo il principio pitagorico che l’anarchia sarebbe il peggiore dei mali. Sempre avido di
conoscenza, intraprese dei viaggi che lo portarono a visitare alcuni fra i centri spirituali più importanti del suo periodo, incluso l’Egitto. Ed è proprio nei templi che costellavano le sponde del Nilo, dove risiedette per ventidue anni, che venne iniziato ai culti misterici.
Pitagora era quindi un padre spirituale seguito da una vasta schiera di discepoli. Ma, così come per Lao Tzi, il Budda e Gesù Cristo la sua figura è circondata da uno spesso velo di storie e leggende. Non ci è possibile accertare con sicurezza se Pitagora sia stato un personaggio storico realmente esistito. A conti fatti, però, non è neppure essenziale saperlo, per lo meno non in questo determinato contesto. Ciò che conta è notare invece le similitudini esistenti fra le storie che circondano Pitagora e quelle che caratterizzano per l’appunto il Cristo dei Vangeli canonici.

Fig 3. Pitagorici celebrano il sorgere del sole di Fyodor Bronnikov (1827/1902).

Pitagorici celebrano il sorgere del sole di Fyodor Bronnikov (1827/1902)

Fra i tanti miracoli attribuiti a Pitagora, uno in particolare sembra avere fornito il modello sul quale fu successivamente costruita la storia della pesca narrata nel Vangelo di Giovanni.
Nell’opera Vita di Pitagora, Porfirio, filosofo greco del III secolo d.C, narra che un giorno, dirigendosi verso Crotona, Pitagora:

…si pose vicino a dei pescatori e, dato che la rete tirata a riva conteneva una grande quantità di pesce, egli predisse il numero esatto dei pesci da loro tirati a riva. Allorché quei pescatori ebbero accettato di eseguire i suoi ordini, se solo la predizione si fosse rivelata esatta, dopo che ebbero contato minuziosamente i pesci, ordinò loro di gettare il pesce ancora vivo in acqua; la cosa più stupefacente fu che nessuno dei pesci, pur rimasti fuori dall’acqua, morì alla sua presenza, mentre veniva compiuta la conta.

Porfirio non specifica il numero dei pesci. Il significato del numero 153 all’interno del contesto pitagorico va invece cercato nell’ambito delle considerazioni matematiche e geometriche del filosofo.
Nella tradizione pitagorica, il 153 è un numero sacro. Il rapporto 265:153 risulta nella «Vesica Piscis», denominata da Archimede «La misura del pesce». Infatti, sovrapponendo due cerchi dello stesso raggio – il cui significato esoterico va identificato nell’unione fra spirito e materia – in modo tale che il centro di ciascuno tocchi la circonferenza dell’altro, si ottiene proprio la forma del pesce.

Fig 4. Vesica piscis, evidenziata in rosso, prodotta dal rapporto 265:153.

Vesica piscis, evidenziata in rosso, prodotta dal rapporto 265:153

«La rete piena di centocinquantatré grossi pesci» diventerebbe quindi un indizio che gli autori del Vangelo di Giovanni avrebbero incluso per permetterci di identificare le influenze che hanno dato corpo al credo cristiano.
Troviamo ulteriore conferma di ciò nell’arte. Specialmente all’inizio del cristianesimo, il Cristo è stato rappresentato innumerevoli volte all’interno della vesica piscis, detta anche «Mandorla».

Entrambi i simboli della visica piscis e del pesce sono frequentemente riscontrabili nella letteratura cristiana. Nel II secolo d.C, l’apologeta Quinto Settimio Fiorente Tertulliano scrive:

Noi piccoli pesci, che prendiamo nome dal nostro “ichthys”, Gesù Cristo, nasciamo nell’acqua del battesimo e solo rimanendo in essa siamo salvati.

Il Cristo viene quindi identificato col pesce. Non solo, ma l’appellativo con cui venivano chiamati i primi cristiani era proprio: «Pisciculi». Il pesce, o ichthys, viene tutt’oggi usato ancora come simbolo del cristianesimo.

Fig 5. Cristo in Maestà all’interno della visica piscis.

Cristo in Maestà all’interno della visica piscis

Inoltre, all’interno dell’opera La città di Dio, Agostino d’Ippona nota come il termine ichthys sia l’acronimo di Iesùs CHristòs THeù HYiòs Sotèr, ovvero: «Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio».

Malgrado tutti questi indizi, le origini del simbolo-pesce sarebbero rintracciabili anche al di fuori del mero contesto pitagorico. Un’altra interpretazione, di rilevante importanza, sarebbe quella astroteologica. La nascita del Cristo corrisponde con l’inizio dell’Era dei Pesci. Il segno zodiacale dei Pesci, non a caso, è rappresentato proprio dalla vesica piscis.

I riferimenti astroteologici nella Bibbia sono innumerevoli. Un esempio:

Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. (Ap 4, 7)

Il leone rappresenta il rispettivo segno. Il vitello, quello del Toro. L’uomo è invece simbolo dell’Aquario, mentre l’aquila lo è dello Scorpione.

Fig 6. Ichthys (ΙΧΘΥΣ), simbolo stilizzato del pesce

Ichthys (ΙΧΘΥΣ), simbolo stilizzato del pesce

All’era di Cristo, ovvero dei Pesci, seguirà quella dell’Aquario. Nel Vangelo di Luca troviamo scritto:

Ed egli rispose: Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà. (Luca 22:10)

L’uomo con una brocca d’acqua e la casa – una delle dodici che costituiscono lo zodiaco – sono evidenti riferimenti all’Era dell’Aquario. Il medesimo simbolismo, che avrebbe lo scopo di preannunciare la nuova era dell’Aquario che sostituirà quella attuale del Cristo-Pesce, viene riproposto pure nel Vangelo di Marco.
La vesica pisces è riscontrabile anche nel simbolismo di stampo massonico. Secondo il reverendo George Oliver è:

…un elemento universale dell’architettura o Massoneria, e fonte o sorgente prima da cui derivano i suoi segni e simboli – essa costituisce il grande e costante segreto della nostra antica fratellanza.

Fig 7. Sinistra: vesica piscis. Destra: Simbolo zodiacale dei pesci.

Sinistra: vesica piscis. Destra: Simbolo zodiacale dei pesci

Un altro accostamento simbolico della vesica pisces è quello con l’aspetto femminile, dove incarna l’archetipo della «vulva della Dea». Il Mondo, carta XXI degli arcani maggiori dei tarocchi, raffigura una donna circondata da una ghirlanda di frasche. Ai quattro angoli compaiono gli evangelisti Matteo (Aquario), Luca (Toro), Marco (Leone) e Giovanni (Scorpione). Essendo il tetramorfo associabile ai segni zodiacali, questi corrispondono rispettivamente anche agli elementi Aria, Terra, Fuoco e Acqua.

Vediamo così che il simbolo del pesce non è un elemento di esclusiva matrice pitagorica, ma è legato a diverse interpretazioni esoteriche. La connessione evidenziata dalla cifra 153 fra le due leggende della pesca miracolosa non basta quindi a identificare con certezza una diretta influenza di Pitagora sul cristianesimo. Servono ulteriori conferme. Ed è appunto un altro simbolo, questo invece di chiarissima denominazione pitagorica, a darcele. Ovvero: la “Y”.

La furca pythagorica

L’origine della Y è individuabile nella lettera semitica waw. La Y (ypsilon) rappresentava l’ultima lettera dell’alfabeto greco arcaico. In alcuni casi, veniva anche chiamata: «la lettera pitagorica» (littera Pythagorica). Secondo la leggenda, sarebbe stato infatti lo stesso filosofo a integrarla nella cultura greca.

Fig 11. Waw

Waw

Ciò che più conta, però, è il significato che i pitagorici attribuirono alla nuova lettera. Isidoro di Siviglia, Dottore della Chiesa vissuto del VII secolo, ci dice che la gamba della Y rappresenta la prima fase incerta della vita di una persona, non ancora dedita né a vizio né a virtù:

Y litteram Pythagoras Samius ad exemplum vitae humanae primus formavit; cuius virgula subterior primam aetatem significat, incertam quippe et quae adhuc se nec vitiis nec virtutibus dedit.

La biforcazione simboleggia invece la fase adolescenziale. A questo punto la persona si trova davanti a un bivio. Può scegliere la più difficile, quella della virtù, rappresentata dalla ramificazione destra. Oppure la più facile, rappresentata da quella sinistra.

Bivium autem, quod superest, ab adolescentia incipit: cuius dextra pars ardua est, sed ad beatam vitam tendens: sinistra facilior, sed ad labem interitumque deducens.

La strada della virtù, pur essendo la più ardua, saprà in fine ricompensare l’individuo, accogliendolo in una quieta sede excipiuntur, o sede di pace. Quella sinistra del vizio, invece, condurrà la persona alla sciagura. La scelta è fra conoscenza e ignoranza, controllo di se stessi ed eccesso, Vita Contemplativa e Vita Activa.
Ancora oggi è possibile identificare questo significato nella rappresentazione grafica della Y. Il trattino destro è più stretto di quello sinistro, a dimostrazione del presupposto che la via della virtù è sempre più difficile da intraprendere di quella del vizio.

Fig 12. Y, font Times New Roman

Y, font Times New Roman

Secondo Manly P. Hall, scrittore mistico del secolo passato, la strada che puntava verso destra era nota anche come «la via della sapienza divina», mentre quella sinistra illustrava «la sapienza terrena».
Hall avanza l’ipotesi che Pitagora abbia ottenuto il concetto mistico della Y dagli egizi, i quali in alcuni loro riti iniziatici ponevano il neofita d’inanzi a due figure femminili. Una di queste, vestita interamente di bianco, incoraggiava il candidato a entrare nella sala dedita alla conoscenza. L’altra, adornata di gioielli – simbolo dei beni materiali – e con in mano un vassoio pieno d’uva – a indicare il vizio – cercava invece di persuadere l’adepto a seguirla nella sala della perdizione.
La possibile origine mistica della Y in terra egizia è plausibile, dato che fu proprio in Egitto che Pitagora venne iniziato ai misteri.
In ogni modo è un dato di fatto che la Y è stata integrata all’interno della tradizione pitagorica così profondamente da determinarne addirittura l’appellativo di furca pythagorica.

Fin dall’alba dei tempi, le tradizioni esoteriche si sono contaminate a vicenda, scambiandosi usanze, simboli e conoscenza. È inevitabile quindi che le origini della furca pythagorica, così come ogni altro elemento mistico, possano essere individuate, in stato più o meno embrionale, in altre scuole esoteriche diverse seppur sempre collegate a quella pitagorica. È solo con Pitagora, però, che il significato mistico della Y raggiunge la sua maturità. Ne consegue quindi che ovunque appaia il simbolo si possa con tranquillità identificare in gioco un chiaro elemento pitagorico.
La Y ricorda un altro simbolo, appartenente questa volta all’iconografia cristiana: la croce.
Il primo emblema cristiano fu il simbolo-pesce. Successivamente, il cristianesimo acquisì la croce da altri culti.
In origine, la croce sarebbe stata presente in una delle più antiche etnie del continente africano: i Pigmei. La croce dei Pigmei avrebbe avuto una funzione astronomica, essendo rappresentativa degli equinozi. Gli egiziani avrebbero ereditato dai popoli africani questo simbolo, trasformandolo nella Chiave della Vita, o Ankh.

Fig 13. Ankh.

Ankh

Platone scriveva: «L’Anima del Mondo è crocifissa». Il significato esoterico di questa frase ci viene dato dal mistico Max Heindel nella sua opera “La Cosmogonia dei Rosa-Croce”:

Il braccio inferiore della croce indica la pianta con le sue radici che affondano nel terreno chimico minerale. […] L’uomo è rappresentato dal braccio superiore; egli è la pianta rovesciata. La pianta assorbe il suo nutrimento attraverso la radice; l’uomo prende il cibo dalla testa. La pianta spinge i suoi organi della generazione verso il sole; l’uomo, pianta rovesciata, volge i suoi verso il centro della terra. […] La pianta inala il velenoso biossido di carbonio esalato dall’uomo ed esala l’ossigeno, datore di vita, inalato da lui. […] Gli animali, simbolizzati dal braccio orizzontale della croce, stanno fra la pianta e l’uomo.

La croce fu col tempo associata all’archetipo della divinità incarnata. Il dio crocifisso è una figura mistica comune a molti dei principali sistemi religiosi del mondo. Come delinea la mitologa D. M. Murdoch, il messia Krishna, figura centrale dell’Induismo, viene a volte raffigurato inchiodato alla croce. Come Krishna, anche il titano Prometeo venne crocifisso. Sempre in Grecia, la stessa sorte toccò a Dionisio. In Mesoamerica, troviamo invece Quetzalcoalt, il Salvatore nato da una vergine, le cui origini sono rintracciabili nel VI secolo a.C, piegato sotto il peso della croce.

Fig 15. Crux commissa o Tau

Crux commissa

La croce è stata espressa in tante forme diverse anche all’interno dello stesso culto cristiano. La crux commissa venne utilizzata dai romani come strumento di supplizio.

Tale rappresentazione della croce racchiude anche un significato esoterico, che si lega agli stadi di involuzione ed evoluzione dell’Uomo, trascendendo il contesto storico che la vide impiegata come mezzo di supplizio dai Romani. Sempre secondo Heindel:

Vi fu perfino un tempo in cui la croce era mancante del braccio superiore e la costituzione dell’uomo veniva rappresentata dal Tau (T) durante l’Epoca Lemuriana quando egli aveva solo i corpi denso vitale e del desiderio e mancava della mente. Allora la natura animale era sovrana. L’uomo seguiva gli impulsi del desiderio senza riserva.

Fig 16. Il Cristo inchiodato alla croce a Y in un dipinto del XIII secolo. Il volto del Cristo è girato verso la propria destra, indicando la via della virtù o sapienza divina.

Il Cristo inchiodato alla croce a Y in un dipinto del XIII secolo. Il volto del Cristo è girato verso la propria
destra, indicando la via della virtù o sapienza divina

L’iconografia medievale cristiana presenta però anche un altro tipo di croce, la quale difficilmente sarebbe potuta essere impiegata dai romani: la croce a Y.

La crocifissione rappresentava una tale umiliazione che i cittadini romani ne erano esenti. L’uso di una croce tanto sofisticata, poco pratica e difficile da realizzarsi come lo sarebbe stata quella a Y, e per di più al solo scopo di crocifiggere un criminale, in questo caso Gesù, è quindi alquanto improbabile.
Per di più, la furca pythagorica è presente in un contesto cristiano, seppure in forma simbolica diversa, già nei primi secoli dopo Cristo. Nell’iconografia paleocristiana ci imbattiamo spesso nella figure dell’orante, con le braccia aperte a formare il segno della Y.

Come abbiamo visto, la croce non è solo uno strumento di tortura. Ciò che veramente conta infatti è il significato a essa legato. Croci diverse comunicano messaggi diversi. La croce a Y riallaccia la tradizione cristiana con la matrice esoterica pagana e in particolar modo con quella ellenistica-pitagorica. L’influenza di Pitagora sembrerebbe quindi costituire inequivocabilmente una delle basi originali del credo cristiano.

Il significato matematico del nome di Gesù Cristo

Pitagora non sarebbe stato solo un filosofo e una guida spirituale, ma anche uno dei matematici più importanti della storia. A lui è associato il teorema che porta il suo nome. In realtà, il teorema di Pitagora era noto già in Babilonia, India, Cina ed Egitto. A Pitagora, però, è stata attribuita la sua dimostrazione matematica.
L’enunciato recita:

In ogni triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti.

figA

Il teorema di Pitagora può essere illustrato impiegando un triangolo rettangolo in cui la c indica l’ipotenusa e a e b i suoi cateti. La relazione fra le parti corrisponde all’equazione:

a2 + b2 = c2

Dal teorema di Pitagora deriva la terna pitagorica, ovvero una terna di numeri naturali che riflettono il rapporto fra l’ipotenusa e i cateti del triangolo rettangolo. Un esempio è la terna: 3, 4, 5.

figB
Questa stessa terna è nascosta all’interno del nome: «Gesù Cristo».
Per rappresentare i numeri, i greci si avvalevano dell’alfabeto, in quanto non possedevano altri simboli
che avessero questa medesima funzione. Di conseguenza, ogni lettera dell’alfabeto greco corrisponde a un determinato valore numerico. In aggiunta, il valore numerico delle parole greche può essere rapportato alle dimensioni degli oggetti geometrici. Questo sistema, che sarebbe stato utilizzato fra l’altro da Pitagora, viene chiamato isopsefia.
Gesù in greco è: Ιησουσ

I corrispondenti numerici sono i seguenti:

Ι = 10
η = 8
σ = 200
ο = 70
υ = 400
σ = 200

Sommando assieme i valori, vediamo che il nome Gesù equivale a 888.

Cristo in greco è: Χριστοσ

Χ = 600
ρ = 100
ι = 10
σ = 200
τ = 300
ο = 70
σ = 200

Sommando assieme i valori, Cristo equivale alla cifra 1480.

Dividendo le due somme, otteniamo il rapporto: 5 : 3

1480 ÷ 888 = 1.6666666…
5 ÷ 3 = 1.6666666…

Quindi:

1480 : 888 = 5 : 3

Vediamo perciò che il nome Gesù Cristo è presente all’interno della terna pitagorica:

3, 4, 5.

Consideriamo ora questo passaggio significativo del Vangelo di Giovanni:

e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola (Gv 8:55).

Il verbo conoscere è traducibile nel greco εγνωκατε (egnokate), una parola che incontriamo molto spesso nei Vangeli. Il valore numerico di εγνωκατε è il seguente:

ε = 5
γ = 3
ν = 50
ω = 800
κ = 20
α = 1
τ = 300
ε = 5

Per un totale di 1184, cifra che completa la terna pitagorica:

888 : 1184 : 1480 = 3 : 4 : 5

Secondo il teorema di Pitagora, a2 + b2 = c2

Quindi:

888(2) (Gesù) + 1184(2) (Conoscere) = 1480(2) (Cristo)

Non solo, ma accostando i tre numeri della terna pitagorica otteniamo:

345

Questa cifra corrisponde al valore numerico della parola νόησις (noesis) la quale indica la più alta forma di conoscenza secondo il pensiero greco, ovvero la conoscenza filosofica-intellettiva. Il Cristo diventa quindi metafora archetipale dell’Uomo che raggiunge il più alto livello di sapienza possibile.
Questa identificazione del Messia con la terna pitagorica è infine evidente anche in una delle più comuni rappresentazioni appartenenti all’iconografia cristiana, ovvero il Cristo benedicente con le mani posizionate in modo tale da formare un triangolo 3, 4, 5.

Fig 19. Cristo Redentore benedicente di Botticelli Sandro (1445-1510). La posizione delle mani del Cristo forma un triangolo composto dalle terna pitagorica 3, 4, 5. Notare anche la vesica piscis sul petto.

Cristo Redentore benedicente di Botticelli Sandro (1445-1510). La posizione delle mani del Cristo forma
un triangolo composto dalle terna pitagorica 3, 4, 5. Notare anche la vesica piscis sul petto

Conclusione

Se consideriamo la croce a Y all’interno di un contesto che include la parabola della pesca miracolosa, l’utilizzo della cifra 153 e il significato numerico del nome Gesù Cristo il fenomeno assume un senso ben preciso. Ovvero: l’uso di una simbologia che mira ad affermare le influenze pitagoriche sulla religione cristiana e sulla figura specifica del Cristo.
Anche se gli stessi concetti pitagorici sono a loro volta riconducibili ad altre scuole misteriche come quella egizia, ciò rientra nel normale processo di evoluzione degli insegnamenti esoterici. Sebbene i diversi credi – e in particolar modo quelli abramitici – siano spesso visti in contrapposizione fra loro, sono le interrelazioni simboliche a mostrarci che in realtà la natura degli insegnamenti spirituali non riconosce i confini imposti dalle specifiche istituzioni religiose.

Roberto Bommarito per ASPIS

Bibliografia

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